Il coraggio di fermarsi

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Nel lontano 1992, quando mi fu prestato il primo disco dei Pearl Jam "Ten", pensai subito: "Questi ragazzi andranno lontano, se non verranno fagocitati dall'industria discografica". Meta' dei miei amici mi rise in faccia, l'altra meta' non aveva voglia di sbilanciarsi, consapevole del fatto che oggi moltissimi gruppi vengono lanciati come nuovo fenomeno del rock, ma poi si spengono nel giro di un paio di anni perche' le grosse major decidono di investire su nuovi "fenomeni". Quante volte sentiamo etichettare i gruppi addirittura come "nuovi eredi dei Beatles"! In ordine cronologico, nella mia vita, ho sentito dare questo appellativo a: Clash, Police, Duran Duran, Nirvana, Oasis e sicuramente ne sto dimenticando tanti altri.

Ma torniamo al 1992. Era l'anno in cui anche in Italia cominciavano ad arrivare in maniera piu' corposa le prime avvisaglie del grunge: tutto era cominciato con i Nirvana, con il loro "Nevermind", che ridiede fiducia a coloro i quali pensavano che il rock fosse morto. Grazie ai Nirvana comincio' a diffondersi non solo questo nuovo stile musicale (nuovo mica tanto, visto che univa il classico rock di inizio anni Settanta al punk di fine anni Settanta), ma si cominciarono a percepire le nuove idee anti-sistema provenienti da Seattle, citta' economicamente importante degli USA in quanto sede di diverse multinazionali. All'inizio si trattava soprattutto di idee di stampo ecologista, ma ben presto si trasformarono in opposizione al complesso potere delle multinazionali americane, sfociando nelle rappresaglie che hanno avuto inizio proprio a Seattle contro il WTO (World Trade Organization) e il Fondo Monetario, prendendo di mira il piu' ampio fenomeno della globalizzazione.

Figli e artefici, al tempo stesso, di questo movimento furono i Pearl Jam, la cui notorieta' crebbe soltanto dopo un anno circa dall'uscita di Ten, quando qualche critico musicale, un po' piu' avveduto degli altri, fece notare quanta energia contenesse quel disco e quanto i pezzi fossero uno piu' bello dell'altro. Intanto, agli occhi del grande pubblico, Nirvana e Pearl Jam apparvero come rivali, un po' come Beatles e Rolling Stones a meta' anni Sessanta: rivalita' che molto spesso non esiste assolutamente, pero' fa comodo alle riviste musicali, di quelle piu' dedite al pettegolezzo, per vendere piu' copie.

Le differenze fra i due gruppi si evincevano gia' dalle personalita' dei loro leader: Kurt Cobain, da una parte, con le sue profonde crisi esistenziali da "poeta maledetto" culminate nel suicidio, Eddie Vedder dall'altra, piu' solare ed estroverso, pronto ad aderire a campagne a favore dei diritti umani, a battersi contro Ticketmaster (la societa' che gestiva negli USA i tour dei Pearl Jam) per la vendita dei biglietti dei concerti a non piu' di 20 dollari, a partecipare all'ultima campagna elettorale USA schierandosi a favore di Nader (Nader, chi era costui?).

Il fenomeno grunge ha raggiunto il suo massimo splendore nei primi anni Novanta, poi lentamente ha subito una regressione: i Nirvana si sono sciolti dopo la morte di Cobain, gli altri gruppi, la cui notorieta' e' giunta anche in Italia (Dinosaur Jr, Mudhoney, Screaming Trees, Alice in Chains), sono piu' o meno caduti nel dimenticatoio; solo i Pearl Jam continuano a fare dischi e tour planetari.

Nel 2000 e' uscito Binaural, sesto lavoro in studio della band di Eddie Vedder. Premetto che a me i Pearl Jam sono sempre piaciuti molto, a partire dal lavoro delle due chitarre di McCready e Gossard, per passare alla stupenda voce calda di Vedder, alla poderosa struttura ritmica che il basso di Ament e i diversi batteristi, che si sono alternati nel gruppo (Irons, Abbruzzese, Cameron), hanno saputo imprimere nei vari dischi. Anche Binaural non mi ha assolutamente deluso, lo ascolto con piacere, conferma la volonta' del gruppo di rimanere ancorato ai suoi canoni musicali, quelli che, a mio parere, rimangono grosso modo invariati da dieci anni a questa parte (dai tempi di Ten, per intenderci), evidenziando la naturale evoluzione dei singoli componenti del gruppo (grazie anche alle diverse esperienze musicali parallele che ciascuno di loro in questi anni ha avuto), ma non la tendenza a percorrere nuovi itinerari sonori. Per farla breve, con Binaural i Pearl Jam dimostrano il loro conservatorismo: evidentemente loro credono di poter dare il massimo con questo stile e, comunque, io non me la sento di dar loro torto, in quanto con le tredici tracce di questo disco i cinque ragazzi riescono ancora a dare emozioni: dense di energia le iniziali Breakerfall e God's Dice, pacate Light years, Thin air e Rival, stupenda melodia in Nothing as it seems (con assolo in evidenza di McCready), ritmiche particolari in Evacuation, Insignificance e Grievance, atmosfera acustica stile New Orleans in Of the girl. I pezzi a mio parere piu' originali del disco sono gli ultimi due, Sleight of hand e Parting ways, che accennano ad un possibile terreno di ricerca musicale per i Pearl Jam, con atmosfere un po' assorte simili a quelle presenti in alcuni pezzi di No Code, disco del 1996, che pero' non entusiasmo' molto i fan proprio per i tentativi di sperimentazione sonora in esso contenuti.

L' ultimo tour mondiale, seppur macchiato, purtroppo, dalla tragedia del concerto di Roskilde in Danimarca, dove otto ragazzi hanno perso la vita schiacciati dalla ressa sotto il palco davanti agli occhi dei cinque musicisti, e' andato molto bene: dei singoli concerti europei (tranne Roskilde) e americani sono stati registrati altrettanti doppi CD accolti con entusiasmo dai fedelissimi, l'entusiasmo del pubblico ai concerti e' lo stesso di sempre, pero' mi chiedo se il titolo dell'ultimo brano di Binaural (Parting ways) e' casuale oppure non e' da intendere come il segnale di una possibile separazione del gruppo. Musicalmente, infatti, con i loro sei dischi i Pearl Jam hanno dato molto al rock, un eventuale settimo disco con le caratteristiche simili ai precedenti potrebbe essere un compromesso commerciale con la major che distribuisce i loro dischi, attratta esclusivamente dai guadagni che il nome del gruppo riesce ancora a procurare: ma la band e' riuscita, fino ad oggi, a mantenere una certa indipendenza psicologica dalle major (sedando i miei timori di otto anni fa), per cui credo (e spero) che continuera' a mostrarsi coerente con i propri principi, non cedendo alle accattivanti promesse dello show-business.

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