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Il coraggio di fermarsi ---------------------
Ma torniamo al 1992. Era l'anno in cui anche in Italia cominciavano ad
arrivare in maniera piu' corposa le prime avvisaglie del grunge: tutto
era cominciato con i Nirvana, con il loro "Nevermind", che ridiede
fiducia a coloro i quali pensavano che il rock fosse morto. Grazie ai
Nirvana comincio' a diffondersi non solo questo nuovo stile musicale (nuovo
mica tanto, visto che univa il classico rock di inizio anni Settanta al
punk di fine anni Settanta), ma si cominciarono a percepire le nuove idee
anti-sistema provenienti da Seattle, citta' economicamente importante
degli USA in quanto sede di diverse multinazionali. All'inizio si trattava
soprattutto di idee di stampo ecologista, ma ben presto si trasformarono
in opposizione al complesso potere delle multinazionali americane, sfociando
nelle rappresaglie che hanno avuto inizio proprio a Seattle contro il
WTO (World Trade Organization) e il Fondo Monetario, prendendo di mira
il piu' ampio fenomeno della globalizzazione. Figli e artefici, al tempo stesso, di questo movimento furono i Pearl
Jam, la cui notorieta' crebbe soltanto dopo un anno circa dall'uscita
di Ten, quando qualche critico musicale, un po' piu' avveduto degli altri,
fece notare quanta energia contenesse quel disco e quanto i pezzi fossero
uno piu' bello dell'altro. Intanto, agli occhi del grande pubblico, Nirvana
e Pearl Jam apparvero come rivali, un po' come Beatles e Rolling Stones
a meta' anni Sessanta: rivalita' che molto spesso non esiste assolutamente,
pero' fa comodo alle riviste musicali, di quelle piu' dedite al pettegolezzo,
per vendere piu' copie. Le differenze fra i due gruppi si evincevano gia' dalle personalita'
dei loro leader: Kurt Cobain, da una parte, con le sue profonde crisi
esistenziali da "poeta maledetto" culminate nel suicidio, Eddie
Vedder dall'altra, piu' solare ed estroverso, pronto ad aderire a campagne
a favore dei diritti umani, a battersi contro Ticketmaster (la societa'
che gestiva negli USA i tour dei Pearl Jam) per la vendita dei biglietti
dei concerti a non piu' di 20 dollari, a partecipare all'ultima campagna
elettorale USA schierandosi a favore di Nader (Nader, chi era costui?). Il fenomeno grunge ha raggiunto il suo massimo splendore nei primi anni
Novanta, poi lentamente ha subito una regressione: i Nirvana si sono sciolti
dopo la morte di Cobain, gli altri gruppi, la cui notorieta' e' giunta
anche in Italia (Dinosaur Jr, Mudhoney, Screaming Trees, Alice in Chains),
sono piu' o meno caduti nel dimenticatoio; solo i Pearl Jam continuano
a fare dischi e tour planetari. Nel 2000 e' uscito Binaural, sesto lavoro in studio della band di Eddie Vedder.
Premetto che a me i Pearl Jam sono sempre piaciuti molto, a partire dal
lavoro delle due chitarre di McCready e Gossard, per passare alla stupenda
voce calda di Vedder, alla poderosa struttura ritmica che il basso di
Ament e i diversi batteristi, che si sono alternati nel gruppo (Irons,
Abbruzzese, Cameron), hanno saputo imprimere nei vari dischi. Anche Binaural
non mi ha assolutamente deluso, lo ascolto con piacere, conferma la volonta'
del gruppo di rimanere ancorato ai suoi canoni musicali, quelli che, a
mio parere, rimangono grosso modo invariati da dieci anni a questa parte
(dai tempi di Ten, per intenderci), evidenziando la naturale evoluzione
dei singoli componenti del gruppo (grazie anche alle diverse esperienze
musicali parallele che ciascuno di loro in questi anni ha avuto), ma non
la tendenza a percorrere nuovi itinerari sonori. Per farla breve, con
Binaural i Pearl Jam dimostrano il loro conservatorismo: evidentemente
loro credono di poter dare il massimo con questo stile e, comunque, io
non me la sento di dar loro torto, in quanto con le tredici tracce di
questo disco i cinque ragazzi riescono ancora a dare emozioni: dense di
energia le iniziali Breakerfall e God's Dice, pacate Light years, Thin
air e Rival, stupenda melodia in Nothing as it seems
(con assolo in evidenza di McCready), ritmiche particolari in Evacuation, Insignificance
e Grievance, atmosfera acustica stile New Orleans in Of the
girl. I pezzi a mio parere piu' originali del disco sono gli ultimi
due, Sleight of hand e Parting ways, che accennano ad un
possibile terreno di ricerca musicale per i Pearl Jam, con atmosfere un
po' assorte simili a quelle presenti in alcuni pezzi di No Code, disco
del 1996, che pero' non entusiasmo' molto i fan proprio per i tentativi
di sperimentazione sonora in esso contenuti. L' ultimo tour mondiale, seppur macchiato, purtroppo, dalla tragedia
del concerto di Roskilde in Danimarca, dove otto ragazzi hanno perso la
vita schiacciati dalla ressa sotto il palco davanti agli occhi dei cinque
musicisti, e' andato molto bene: dei singoli concerti europei (tranne
Roskilde) e americani sono stati registrati altrettanti doppi CD accolti
con entusiasmo dai fedelissimi, l'entusiasmo del pubblico ai concerti
e' lo stesso di sempre, pero' mi chiedo se il titolo dell'ultimo brano
di Binaural (Parting ways) e' casuale oppure non e' da intendere come
il segnale di una possibile separazione del gruppo. Musicalmente, infatti,
con i loro sei dischi i Pearl Jam hanno dato molto al rock, un eventuale
settimo disco con le caratteristiche simili ai precedenti potrebbe essere
un compromesso commerciale con la major che distribuisce i loro dischi,
attratta esclusivamente dai guadagni che il nome del gruppo riesce ancora
a procurare: ma la band e' riuscita, fino ad oggi, a mantenere una certa
indipendenza psicologica dalle major (sedando i miei timori di otto anni
fa), per cui credo (e spero) che continuera' a mostrarsi coerente con
i propri principi, non cedendo alle accattivanti promesse dello show-business. |
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