Una voce da grande

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Milano, martedi' 7 novembre. E' sera, stranamente non piove. Sono all'esterno dell'Alcatraz, dove stanno per suonare i Coldplay. Non c'e' grande afflusso di gente, non solo per la scarsa notorieta' del gruppo, ma anche perche' domani, nello stesso posto, si esibiscono i Placebo (che qualche settimana fa hanno rilasciato interviste offensive proprio nei confronti dei Coldplay, classico esempio di concorrenza sleale): i ragazzi generalmente non hanno tanti soldi da spendere per vedere due concerti in due sere consecutive, quindi hanno dovuto fare una scelta. La stragrande minoranza ha scelto i Coldplay, ma non ne sembra neanche piu' di tanto convinta. 

-  Oh, di' un po', ma tu li conosci 'sti Coldplay?

-  Boh, si', un po', ho visto il video a mtv di un pezzo che si chiama Yellow, una figata . . . . . .

-  Si', ma che hanno di speciale? Io son venuto solo perche' avevo voglia di un concerto e i biglietti per quei    culattoni dei Placebo per domani sono finiti, ma io 'sti Coldplay non li ho mai sentiti. Ma si poga almeno?

-  Non credo proprio, sentendo Yellow . . . . . .

(arriva un terzo)

-  Ueh, raga, trenta carte per 'sto concerto, mi sembrano un po' troppe. Certo eh, la Cris mi ha prestato il disco, ed e' un bel disco, niente da dire, il cantante ha quella voce . . . . . che se ce l'avessi io . . . . . non sarei certo qui con voi adesso . . . . . ma trenta carte, pero' . . . . . e vabbe' che in Inghilterra vanno forte. Dai, entriamo.

Dentro c'e' un pubblico normale, vestito normale, c'e' addirittura Irene Grandi, mi aspetto un concerto normale. Ho ascoltato il loro primo e unico disco, Parachutes (oltre a questo i quattro ragazzi hanno fatto un paio di EP, The blue room e The Safety), e, sebbene all'inizio non mi avesse impressionato, riascoltandolo l'ho trovato piacevole, non tanto per le sonorita' (abbastanza scontate), quanto per la voce del cantante, tal Chris Martin, di appena 22 anni: una voce molto calda e profonda, che a tratti ricorda quella di Eddie Vedder dei Pearl Jam, piu' raramente quella di David Sylvian, nei falsetti quella di Thom Yorke. Non che il ragazzo si sia sforzato di imitare tutti i personaggi citati, per carita': Madre Natura gli ha dato quella voce e a noi, che piace scrivere di musica, vengono in mente le diverse affinita' e le manifestiamo, senza nulla togliere al suo talento. Cio' che stupisce e' che una voce cosi' bella e vissuta venga fuori da una persona cosi' giovane; non l'avrei mai potuto immaginare!

Salgono sul palco i quattro ragazzi e mostrano subito tutta la loro genuinita': tranne Chris, che appare abbastanza disinvolto e si muove con la chitarra acustica al collo oppure dietro il pianoforte, gli altri sembrano piuttosto timidi, quasi impacciati, concentrati sul loro strumento. Tra un brano e l'altro le pause sono piu' lunghe di un normale concerto, il cantante cerca (e ci riesce) di instaurare un rapporto familiare con il pubblico, dialoga, racconta brevemente il contenuto dei pezzi in un improbabile italiano imparato forse durante una vacanza in Italia con i genitori, con alcune frasi riportate su un foglietto di carta per poterle ricordare. La gente si diverte, qualcuno canta i pezzi, nessuno poga perche' sulle ballate il pogo mi sembra un po' pretenzioso.

Come gia' avevo notato daI disco, i pezzi ruotano attorno alla voce del cantante, sono costruiti per lasciare ampio spazio all'alternanza fra la profondita' timbrica e i difficili falsetti di Chris, quindi l'apporto degli strumenti (chitarra elettrica ed acustica, basso e batteria, talvolta il pianoforte) e' essenziale, scarno, ma piu' che sufficiente a fornire una solida base per le belle melodie. Parachutes ha undici tracce, nessuna trascurabile, e' un disco adatto a chi ha amato il brit-pop, ma se ne e' stancato subito cogliendone la superficialita', ed ora ha bisogno di qualcosa che riproponga quelle sonorita' pero' con venature piu' mature infuse di blues (ebbene si', da ragazzi di 22 anni, a dispetto dei gallagher!). Lo si coglie subito in pezzi quali Shiver, con un ritornello spiccatamente swing, Life is for living (grazie zio Tom Waits!), Everything's not lost, dal bel finale in chiave gospel, Spies (Jeff Buckley docet). Ad essi si alternano ballate piu' semplici e immediate come Yellow (di cui parlava quel ragazzo all'esterno dell'Alcatraz, il pezzo del video, insomma), brano che ha fatto conoscere i Coldplay ad un pubblico un po' piu' vasto, e Don't panic, che apre l'album.

Non sono avari di omaggi i quattro ragazzi: ai Pearl Jam in High Speed ed ancora a Jeff Buckley in We never change.

Il concerto dura poco piu' di un'ora, il disco e' stato completamente sviscerato, piu' un paio di inediti e un paio di brani dai vecchi EP. Parachutes e' un lavoro molto sobrio, in cui la leggerezza delle melodie viene compensata dalla profondita' della voce di Chris Martin, un disco che "rischia" di vendere tante copie, perche' puo' piacere a persone dai gusti piu' disparati. L'unica speranza e' che i quattro ragazzi conservino la loro genuinita' e non si facciano coinvolgere dallo show business nel caso la loro popolarita' dovesse (come mi auguro) crescere. Mi fa piacere notare che, mentre al di la' dell'Atlantico vengono "costruiti" a tavolino giovani fenomeni musicali quali i Limp Bizkit studiando i gusti degli adolescenti e offrendo loro cio' che effettivamente si aspettano, la buona vecchia Inghilterra, pur con tutti i suoi difetti e le sue attenzioni alle cadute della regina madre, riesce ancora a offrire squarci musicali altrettanto giovani, ma spontanei, senza stare a scomodare i sociologi. A proposito di USA: si sa chi ha vinto le elezioni?

Fuori dell'Alcatraz a fine concerto.

-  Piaciuto il concerto, allora?

-  Cacchio che voce, il tipo . . . . . , oh come si chiama il disco?

-  Parachutes.

-  Domani vado a comprarlo, pero', altre trenta carte . . . . . . .

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