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Una voce da grande ---------------------
- Oh, di' un po', ma tu li conosci 'sti Coldplay? - Boh, si', un po', ho visto il video a mtv
di un pezzo che si chiama Yellow, una figata . . . . . . - Si', ma che hanno di speciale? Io son venuto
solo perche' avevo voglia di un concerto e i biglietti per quei culattoni dei Placebo per
domani sono finiti, ma io 'sti Coldplay non li ho mai sentiti. Ma si poga
almeno? - Non credo proprio, sentendo Yellow . . . .
. . (arriva un terzo) - Ueh, raga, trenta carte per 'sto concerto,
mi sembrano un po' troppe. Certo eh, la Cris mi ha prestato il disco,
ed e' un bel disco, niente da dire, il cantante ha quella voce . . . .
. che se ce l'avessi io . . . . . non sarei certo qui con voi adesso .
. . . . ma trenta carte, pero' . . . . . e vabbe' che in Inghilterra vanno
forte. Dai, entriamo. Dentro c'e' un pubblico normale, vestito normale, c'e' addirittura Irene
Grandi, mi aspetto un concerto normale. Ho ascoltato il loro primo e unico
disco, Parachutes
(oltre a questo i quattro ragazzi hanno fatto un paio di EP, The blue
room e The Safety), e, sebbene all'inizio non mi avesse impressionato,
riascoltandolo l'ho trovato piacevole, non tanto per le sonorita' (abbastanza
scontate), quanto per la voce del cantante, tal Chris Martin, di appena
22 anni: una voce molto calda e profonda, che a tratti ricorda quella
di Eddie Vedder dei Pearl Jam, piu' raramente quella di David Sylvian,
nei falsetti quella di Thom Yorke. Non che il ragazzo si sia sforzato
di imitare tutti i personaggi citati, per carita': Madre Natura gli ha
dato quella voce e a noi, che piace scrivere di musica, vengono in mente
le diverse affinita' e le manifestiamo, senza nulla togliere al suo talento.
Cio' che stupisce e' che una voce cosi' bella e vissuta venga fuori da
una persona cosi' giovane; non l'avrei mai potuto immaginare! Salgono sul palco i quattro ragazzi e mostrano subito tutta la loro genuinita':
tranne Chris, che appare abbastanza disinvolto e si muove con la chitarra
acustica al collo oppure dietro il pianoforte, gli altri sembrano piuttosto
timidi, quasi impacciati, concentrati sul loro strumento. Tra un brano
e l'altro le pause sono piu' lunghe di un normale concerto, il cantante
cerca (e ci riesce) di instaurare un rapporto familiare con il pubblico,
dialoga, racconta brevemente il contenuto dei pezzi in un improbabile
italiano imparato forse durante una vacanza in Italia con i genitori,
con alcune frasi riportate su un foglietto di carta per poterle ricordare.
La gente si diverte, qualcuno canta i pezzi, nessuno poga perche' sulle
ballate il pogo mi sembra un po' pretenzioso. Come gia' avevo notato daI disco, i pezzi ruotano attorno alla voce del
cantante, sono costruiti per lasciare ampio spazio all'alternanza fra
la profondita' timbrica e i difficili falsetti di Chris, quindi l'apporto
degli strumenti (chitarra elettrica ed acustica, basso e batteria, talvolta
il pianoforte) e' essenziale, scarno, ma piu' che sufficiente a fornire
una solida base per le belle melodie. Parachutes ha undici tracce, nessuna
trascurabile, e' un disco adatto a chi ha amato il brit-pop, ma se ne
e' stancato subito cogliendone la superficialita', ed ora ha bisogno di
qualcosa che riproponga quelle sonorita' pero' con venature piu' mature
infuse di blues (ebbene si', da ragazzi di 22 anni, a dispetto dei gallagher!).
Lo si coglie subito in pezzi quali Shiver,
con un ritornello spiccatamente swing, Life is for living (grazie
zio Tom Waits!), Everything's not lost, dal bel finale in chiave
gospel, Spies (Jeff Buckley docet). Ad essi si alternano ballate
piu' semplici e immediate come Yellow (di cui parlava quel ragazzo
all'esterno dell'Alcatraz, il pezzo del video, insomma), brano che ha
fatto conoscere i Coldplay ad un pubblico un po' piu' vasto, e Don't
panic, che apre l'album. Non sono avari di omaggi i quattro ragazzi: ai Pearl Jam in High Speed
ed ancora a Jeff Buckley in We never change. Il concerto dura poco piu' di un'ora, il disco e' stato completamente
sviscerato, piu' un paio di inediti e un paio di brani dai vecchi EP.
Parachutes e' un lavoro molto sobrio, in cui la leggerezza delle melodie
viene compensata dalla profondita' della voce di Chris Martin, un disco
che "rischia" di vendere tante copie, perche' puo' piacere a
persone dai gusti piu' disparati. L'unica speranza e' che i quattro ragazzi
conservino la loro genuinita' e non si facciano coinvolgere dallo show
business nel caso la loro popolarita' dovesse (come mi auguro) crescere.
Mi fa piacere notare che, mentre al di la' dell'Atlantico vengono "costruiti"
a tavolino giovani fenomeni musicali quali i Limp Bizkit studiando i gusti
degli adolescenti e offrendo loro cio' che effettivamente si aspettano,
la buona vecchia Inghilterra, pur con tutti i suoi difetti e le sue attenzioni
alle cadute della regina madre, riesce ancora a offrire squarci musicali
altrettanto giovani, ma spontanei, senza stare a scomodare i sociologi.
A proposito di USA: si sa chi ha vinto le elezioni? Fuori dell'Alcatraz a fine concerto. - Piaciuto il concerto, allora? - Cacchio che voce, il tipo . . . . . , oh come
si chiama il disco? - Parachutes. - Domani vado a comprarlo, pero', altre trenta
carte . . . . . . . |
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