![]() |
Consigli
per le Recchie
|
|
|
|
Rievocazioni
A parte gli scherzi i Motorpsycho, norvegesi di Trondheim, (il cui nome, badate bene, non deve indurvi in errore accostandoli a band metallare tipo Motorhead), non hanno bisogno di Frittomisto per farsi spazio sulla scena rock alternativa europea. Esistono dal 1989, quando scelsero il loro nome dal terzo film di una trilogia del regista Russ Meyer dopo che Mudhoney e Faster Pussycat avevano loro rubato i primi due titoli, per cui a loro non rimase che scegliere il terzo (il piu’ brutto). In questi tredici anni hanno prodotto mediamente piu’ di un disco all’anno; stanno pero’ ricevendo i maggiori riconoscimenti solo negli ultimi anni, grazie al terzultimo album “Let them eat cake”, che li ha portati in vetta alle classifiche in patria, e all’ultimo disco Phanerothyme. Di questo simpatico terzetto non ho ascoltato nient’altro, ma ho assistito ad un loro concerto un anno e mezzo fa e ho capito che hanno spaziato in diversi stili, dalla psichedelia stile Pink Floyd (anche in assetto Syd Barrett) al progressive (Yes) a volte spruzzato di barocchismi in odore di Genesis, al grunge anni Novanta della seducente Seattle: per me, che all’epoca avevo ascoltato solo Let them eat cake, le chitarre piu’ pesanti e gli assoli rumoristici lunghi una decina di minuti mi avevano sorpreso non poco (e mi avevano anche un po’ rotto le balle, se devo essere sincero). Proprio a partire da Let them eat cake, infatti, i Motorpsycho si sono allontanati dal loro passato essenzialmente rock e hanno cominciato a convergere verso suoni piu’ morbidi, melodie piu’ raffinate, arrangiamenti con archi e fiati, conservando una notevole vivacita’ musicale e, soprattutto, una certa tendenza alla rievocazione. Gia’ dal titolo dell’ultimo disco possiamo comprendere il loro amore per le citazioni: “To make this trivial world sublime take half a gramme of phanerothyme” (Aldous Huxley). Phanerothyme parte con una Bedroom Eyes che mi ha subito riportato alle canzoni di Nick Drake, intimiste, delicate, acustiche; For free e B.S. strizzano l’occhio a Yes e Jethro Tull, con incursioni di Police nella loro veste meno reggaeggiante; Landslide ha il sapore dei Genesis ai tempi di Peter Gabriel, mentre le tastiere di Go to California sembrano suonate da Ray Manzarek dei Doors, con finale anni Settanta in pieno furore psichedelico. A meta’ tra King Crimson e Grateful dead si trova Painting the night unreal. I pezzi piu’ belli del disco, sono, a mio parere quelli nei quali e’ meno forte la evidente rievocazione: The slow Phaseout, Blindfolded e When you’re dead, le cui melodie sono davvero eleganti e raffinate, pur nella loro semplicita’. Questi ragazzi norvegesi si fanno ascoltare con piacere: le loro citazioni sono sempre dignitose in quanto legate ad arrangiamenti di ottima fattura (si dice che i Motorpsycho passino almeno dalle quattro alle otto ore al giorno in sala prove) ed una pregevole scelta di suoni. Non e’ mica un problema se Sanremo non li vuole, vero?
|
Questa
rubrica e' a cura di:
|
|||||||||
|
|
|
|