Consigli per le Recchie

 

Unforgettable Echoes

 

Se non fosse stato un regalo aziendale non avrei mai pensato di comprare questa compilation (visto che ne conosco gia’ tutti i pezzi), ma quando l’ho ascoltata, oltre a godere della bellezza dei brani, sono affiorati alla mia memoria centinaia di ricordi legati alla mia adolescenza, per cui ho capito che il titolo di questa raccolta e’ collegato sia agli echi dei suoni che, pur essendo stati prodotti trent’anni fa, sono sempre attuali, sia agli echi che i suddetti suoni provocano nello spirito di coloro che a pane e Pink Floyd sono cresciuti. Per chi non l’avesse ancora capito sto parlando del doppio cd Echoes, contenente ventisei pezzi di storia del glorioso gruppo inglese.

Mi ha fatto piacere leggere, nel libretto che accompagna il disco, che fra i nomi dei componenti compare anche quello di Roger Waters, che aveva lasciato il gruppo dopo la produzione di The final cut (titolo evidentemente significativo); da allora si erano susseguite battaglie legali per la detenzione dei diritti sul nome fra Waters e gli altri tre membri, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason. Alla fine l’avevano spuntata questi ultimi, mentre Waters ha continuato la sua carriera incidendo dischi (uno ogni sei/sette anni circa) con il suo nome. Senza Waters i Pink Floyd hanno perso sicuramente quella vena politica che aveva caratterizzato i loro ultimi tre dischi come quartetto (Animals [1977], The Wall [1979] e The final cut [1982]): anzi, diro’ di piu’, soprattutto gli ultimi due erano stati totalmente influenzati dal bassista/autore dei testi, che aveva riversato nei due concept-album rispettivamente la propria vita e i propri ideali politici. I tre Pink Floyd rimasti hanno pubblicato due dischi (A momentary lapse of reason [1987] e The division bell [1994]), che risentono del gusto piu’ pop del chitarrista, David Gilmour.

Di tutti questi album c’e’ traccia nella raccolta, ma i veri Pink Floyd, cioe’ quelli che non risentono esclusivamente dell’egemonia di Waters (prima) e di Gilmour (poi), sono quelli degli album che vanno dal 1969 al 1974: Ummagumma, Atom heart mother, More, Obscured by the clouds, Meddle, The dark side of the Moon, Wish you were here. Un capitolo a parte e’ costituito dai primi due dischi del gruppo: The piper at the gates of dawn (1967) e Saucerful of secrets (1968), nei quali e’ ancora forte lo spirito del fondatore della band, Syd Barrett, chitarrista e geniale autore dei primi psichedelici pezzi del gruppo, sostituito nel 1969 da Gilmour quando l’abuso di acido lisergico aveva trasformato Barrett nella caricatura si se stesso (la leggenda narra di episodi in cui Barrett, negli ultimi concerti, aveva suonato lo stesso accordo per tutta la serata oppure si era fatto sciogliere una mistura di pillole di LSD sulla testa, facendosele colare sul viso durante l’esibizione dal vivo). Sono cinque i pezzi inconfondibilmente targati Barrett nella compilation: Astronomy domine, See Emily play, Arnold Layne, Jugband blues, Bike (il secondo e il terzo pubblicati come singoli nel 1967), belli nella loro assoluta originalita’, con quello stile che oggi e’ uno dei punti di riferimento per gruppi come Mercury Rev e Grandaddy.

The dark side of the Moon e Wish you were here (dedicato a Syd Barrett, quando, ormai lontano dal gruppo, non si sapeva bene neanche dove vivesse) hanno decretato la popolarita’ per i Pink Floyd con pezzi come Money, Time, Us and them, The great gig in the sky, Shine on you crazy diamond, Wish you were here, brani nei quali la sperimentazione di Ummagumma, Atom heart Mother e Meddle lascia il posto a melodie piu’ orecchiabili, conservandone pero’ i suoni ricercati e d’avanguardia. Da Meddle non poteva mancare la bellissima Echoes, in cui si evidenzia l’inclinazione del gruppo verso le suite.

Non sto qui a descrivere la musica dei Pink Floyd perche’ sono sicuro che di quelle dieci persone che leggeranno questo articolo, almeno cinque conoscono buona parte dei pezzi che ho citato (non pretendo che conoscano i brani di Syd Barrett, in quanto si tratta di preistoria della musica rock, ma consiglio loro di prestare particolare attenzione proprio a questi). Non vi nascondo che, oltre alla eccezionale vena creativa di questo gruppo, ho sempre ammirato il suo atteggiamento molto schivo verso lo star-system e la sua voglia di comunicare con il pubblico quasi esclusivamente attraverso la sua musica, caratteristica che ha raggiunto l’apice nel periodo di The Wall, quando, durante i concerti, veniva costruito sul palco un muro che pian piano divideva il gruppo dal pubblico per poi essere distrutto alla fine del concerto al grido “Tear down the wall!”: la potenza della loro musica e dei loro testi e’ bastata a renderli grandi nella storia della musica rock.

 

 

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Questa rubrica e' a cura di:
Fabio Nitti
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