Consigli per le Recchie

 

Il suono dei sogni

 

Un evento da me tanto atteso e’ stato il concerto dei Mercury Rev, 24 ottobre, al Binario Zero di Milano. Per paura di non trovare i biglietti (perche’ pagare la tangente della prevendita?) siamo andati li’ almeno tre ore prima del concerto. Fuori del locale, verso le nove, ci siamo addirittura imbattuti nel gruppo americano di ritorno da una passeggiata pre-concerto ed uno dei miei amici ha colto l’occasione per farsi fotografare con il cantante, Jonathan Donahue. Qui mi sono posto la seguente domanda: una foto con il leader dei Mercury Rev puo’ tornare utile nella vita? So che molti di voi non dormiranno ponendosi questo interrogativo, quindi evito di affliggervi con questi dubbi esistenziali, visto che nel mondo ci sono problemi ben piu’ gravi, e continuo a parlarvi di questa simpatica band che nasce alla fine degli anni Ottanta a Buffalo (stato di New York) con la pretesa di comporre colonne sonore per film sperimentali di giovani registi americani.

Oggi i Mercury Rev hanno al loro attivo ormai 5 album ufficiali, dei quali conosco soltanto gli ultimi due, che hanno ricevuto la consacrazione da parte della critica musicale: Deserter’s Song (1998) e All is Dream (2001). Soltanto tre dei membri fondatori sono ancora all’interno del gruppo: il cantante di cui sopra, che ha avuto l’onore di farsi fotografare con il mio amico Tony (anche lui leader di una band), il chitarrista Grasshopper (al secolo Sean Mackowiak) ed il bassista/tastierista Dave Fridmann. Intorno a loro ruotano periodicamente altri musicisti che, pero’, non resistono molto all’interno del gruppo: infatti, pare che, caratterialmente, Donahue e Grasshopper non siano molto sopportabili e soprattutto fra i due si verificano frequenti litigi, uno dei quali, in passato, e’ avvenuto a bordo di un aereo in volo e da allora i Mercury Rev sono banditi dalle compagnie aeree americane (come gli amici di Bin Laden, per intenderci!).

La vivacita’ di questi ragazzi non ha soltanto aspetti negativi: sul palco del Binario Zero sono riusciti a catalizzare l’attenzione del pubblico per due ore non solo con il loro suono compatto come un muro, ma anche con una presenza scenica che ruota proprio attorno ai due “bambini viziati” Jonathan e Grasshopper: l’uno, accattivante quanto Iggy Pop, che, durante i pezzi, fissa in modo inquietante il pubblico delle prime file con occhi sbarrati per poi lasciarsi andare a calorosi sorrisi di ringraziamento alla fine delle canzoni; l’altro che, con i suoi occhiali scuri e il suo completo da Blues Brother psichedelico, agita la sua chitarra tirando fuori dei suoni piu’ che convincenti.

Se posso esprimere un parere personale, il concerto dei Mercury Rev e’ stato perfetto: sin dall’attacco iniziale la band ha offerto un suono degno dei migliori gruppi degli anni Settanta, ricco di “tappeti” di tastiere ed effetti sinfonici indotti dai due tastieristi sul palco (per tutti valga la stupenda intro di The dark is rising, brano iniziale di All is Dream, che si abbandona a semplici accordi di pianoforte nella strofa, per poi riprendere l’effetto orchestrale tra una strofa e l’altra: e’ proprie in queste sonorita’ che si nota l’antica predilezione del gruppo verso le colonne sonore!), le due impeccabili chitarre di Donahue e Grasshopper, ed una ritmica piena ma allo stesso tempo essenziale, non esagerata, in grado di conferire quell’atmosfera sognante e da favola che il gruppo ha voluto imprimere al suo ultimo disco. Nella maggior parte dei pezzi Donahue canta con un falsetto molto particolare che ha ormai adottato come suo standard (All is dream e’ quasi completamente cantato in questo modo), svelando solo raramente la sua vera voce: il confronto con Neil Young sembra inevitabile (l’hanno detto tutti, perche’ non devo farlo anch’io?).

Dal punto di vista musicale la critica ha accostato i Mercury Rev a Pink Floyd (addirittura quelli di Syd Barrett) e Yes, ma io credo che ci sia piuttosto un pizzico di Supertramp e qualcosa del David Bowie di Hunky Dory e Aladdin Sane (a proposito: Tony Visconti, uno dei primi produttori dei dischi di Bowie, ha curato gli arrangiamenti di tre pezzi di All is Dream), anche se nel complesso devo ammettere che la band di Buffalo ha un suo stile molto personale caratterizzato da melodie molto ispirate e delicate e da un non raro riferimento alla musica classica (durante il concerto Donahue ha anche eseguito un solo di sega suonata con un arco di violino; sia chiaro: non sto dicendo che si e’ masturbato, ha realmente suonato una sega, tirando fuori un fischio abbastanza frequente nei pezzi della band in studio!).

Se e’ vero che la struttura musicale possente dei Mercury Rev rimanda agli anni Settanta, ci sono altri elementi che inducono a pensare che i gusti di questo gruppo sono da ricercare anche negli anni Ottanta (la parte buona di questi) ed in particolare nei Talking Heads, di cui nella parte finale del concerto, e’ stata eseguita una versione psichedelica, ipnotica e un po’ noise di Once in a Lifetime, subito dopo aver esaltato il pubblico con Opus 40, uno dei pezzi piu’ belli di Deserter’s Song, che nella melodia ricorda lontanamente All the Young Dudes di Bowie.

La notte del 24 ottobre sono a tornato a casa davvero contento di aver assistito ad un concerto sincero e caloroso, come non ne vedevo da tanto tempo, e di essere stato letteralmente coinvolto nell’atmosfera e nel suono sognante di questa band americana che sta lentamente acquistando popolarita’ senza cedere a tentazioni commerciali. Non perdetevi i Mercury Rev la prossima volta, chissa’ se riuscirete ancora a farvi fotografare con loro!

 

Fabio Nitti

 

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