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. . . Ho visto cose che voi umani . . .
. . . Ho visto cose che voi umani . . . (prima parte)
Oggi usciamo un poÌ dal seminato, cari lettori, e, invece di raccontarvi le mie solite storie sui dischi che ascolto vi racconteroÌ delle mie uscite notturne con gli amici: sono sicuro che non ve ne fregheraÌ niente. Allora correggo il tiro (cosiÌ come accuratamente fanno le armi ÏintelligentiÓ americane) e punto il mirino sui concerti che sono andato a vedere da un mese a questa parte (e quelli che ho perso: leggi Beta Band!): forse in questo modo riusciroÌ a conquistare la vostra attenzione. Non aspettatevi che vi dica i titoli dei pezzi eseguiti dai vari gruppi, percheÌ non arrivo a tale livello di maniacalitaÌ: preferisco raccontarvi dellÌatmosfera (e del fumo) che si respirava ai singoli concerti e dellÌimpatto che essi hanno avuto sul pubblico, oltrecheÌ del loro modo di stare sul palco. E la musica? Beh, siÌ, un poÌ vi parleroÌ anche di questa, visto che siamo allÌinterno di una rubrica musicale! Quattro gruppi in quattro luoghi diversi per esibizioni dal vivo per manifestare quattro modi diversi di essere. A metaÌ settembre hanno fatto capolino da queste parti alcune vecchie conoscenze di cui sia io, sia il mio collega Pippo nella rubrica High Fidelity, abbiamo parlato: gli Stereolab, con la loro cospicua presenza sul piccolo palco dei Magazzini Generali. Infatti i nostri amici (ed amiche) inglesi sono in sei: in prima linea giocano le due donne, Letitia Sadier (vocalist principale del gruppo, autrice dei testi e manipolatrice di percussioni varie) e Mary Hansen (seconde voci, pseudo-chitarrista, viste le elementari [senza alcun senso ironico] parti di chitarra da lei suonate, e anche lei manipolatrice di svariati oggetti sonori; vi svelo un segreto: sono questi i chitarristi in cui mi identifico come quasi-musicista, categoria diversa dal non-musicista, coniata da Brian Eno). CÌeÌ poi un nuovo tastierista, che ha sostituito la simpatica biondina che, negli Stereolab contribuiva ad equilibrare il numero delle femminucce con quello dei maschietti (il nuovo acquisto, a mio parere, eÌ privo della spontaneitaÌ che caratterizzava la simpatica biondina con il codino), un chitarrista, co-fondatore del gruppo con Letitia Sadier e suo compagno nella vita (non mi ricorderoÌ mai il suo nome, perdonatemi!), un energico batterista ed un bassista piuttosto scoglionato. Era la seconda volta che andavo ad ascoltare gli Stereolab dal vivo: due anni fa ero rimasto davvero entusiasta percheÌ avevavano tirato fuori un bel suono, erano stati incisivi, divertenti e si erano lasciati andare a improvvisazioni ricche di spunti sonori degni di nota a tal punto che che mi avevano indotto a marchiarli come i ÏVelvet Underground di fine millennioÓ. LÌultima volta, invece, mi eÌ sembrato che abbiano suonato senza sentimento, un poÌ distaccati, meno attenti alla creazione di sorprese sonore, hanno fatto i loro pezzi e sono andati a casa, senza lasciarmi quella vivacitaÌ del concerto precedente. Forse non era la loro serata migliore o forse accusano un poÌ la stanchezza di dieci anni di carriera durante i quali, non dimentichiamolo, sono stati capaci di creare uno stile molto particolare che si eÌ evoluto lentamente dalla essenzialitaÌ di Peng sino alle evocazioni lounge di Cobra and Phases group play voltage in the Milky Night. Non trascurabile il concerto dei tedeschi Mina, gruppo di supporto degli Stereolab in questa serata: sonoritaÌ molto vicine a quelle degli Stereolab (loro fratelli maggiori) con una tendenza piuÌ orientata verso la sperimentazione: una buona esibizione, che ha incuriosito il pubblico presente, generalmente poco attento ai gruppi di supporto. A fine settembre, lÌarrivo dellÌautunno (formale, non metereologico) ha portato al Forum di Assago quei Ïgood fellowsÓ dei Roxy Music redivivi, riformatisi per una inaspettata tournee. Oltre ai tre roxy dÌannata, Bryan Ferry, Phil Manzanera, Andy Mackay, altre dodici persone sul palco: violinista/percussionista (donna), due tastieristi (di cui una donna), due coriste, batterista, un secondo chitarrista, bassista e, dulcis in fundo, quattro ballerine in costume simil gemelle Kessler. Il pubblico, poco numeroso, era costituito dai veri affezionati di questo gruppo che ha conosciuto i suoi fasti a metaÌ degli anni Settanta sullÌonda del glam-rock, quando alla band apparteneva anche il caro Brian Eno, deus ex machina (cfr. Frittomisto n. 12) di svariati gruppi negli anni Ottanta. Il loro stile, un poÌ piuÌ pop di Bowie e meno scuro di Lou Reed, eÌ considerato dal pensiero critico dominante come ispiratore di gruppi come Japan, Duran Duran, Spandau Ballet. A dire la veritaÌ non sono mai stato un grande seguace dei Roxy Music: per me sono sempre stati un gruppo secondario, pur ammettendo che pezzi come Avalon o Love is the drug sono veramente belli. Sono anche consapevole del fatto che non sono mai stati dei grandi musicisti (ma questo non eÌ un male per un artista rock): non mi aspettavo quindi grancheÌ dal concerto, ma mi son dovuto subito ricredere, in quanto lÌesibizione eÌ stata tuttÌaltro che Ïda vecchiÓ, con un Bryan Ferry che ha sfoderato tutto il suo fascino indossando anche un fantastico completo argentato, un Phil Manzanera con i suoi assoli non-assoli che hanno fatto scuola negli anni Ottanta (chiedetelo a The Edge degli U2!) ed un Andy Mackay un poÌ imbalsamato nel suo completino viola, ma con tanto fiato da vendere. Complimenti anche a tutto il contorno di musicisti, tecnicamente dotati ed alla scenografia, che allÌinizio del concerto ha proposto le foto dei Roxy agli esordi, con kili di trucco e capelli incredibili: ma si usava cosiÌ! E dire che a questo concerto avevo deciso di non presenziare visto che ai Magazzini Generali, la stessa sera, suonavano i Beta Band reduci dalle fatiche del loro ultimo album (molto interessante) Hot Shots 2: mi vergogno un poÌ a dirvi che la mia scelta eÌ ricaduta sui Roxy per il solo fatto che un amico aveva i biglietti gratis! Cartellino rosso? Me lo merito! (to be continued) ________________ Prima di cominciare vorrei dirvi che non sono mancate le critiche negative per il mio giudizio sui Roxy Music (Frittomisto n. 49: “non sono mai stato un grande seguace dei Roxy Music: per me sono sempre stati un gruppo secondario, pur ammettendo che pezzi come Avalon o Love is the drug sono veramente belli”). Colpito da tale giudizio, uno dei miei nuovi “fornitori d’ascolti”, Stiv, per dimostrarmi il reale valore dei Roxy Music, mi ha portato il loro primo album, omonimo, che non avevo mai ascoltato bene e per intero e, alla fine, non posso che dare atto a Stiv (touche’!): il disco, oltre che essere di grande pregio ed essere stato fonte di ispirazione per alcuni gruppi “glamour” anni Ottanta (citati nella prima parte di questo articolo), ha gettato le fondamenta per tutta la new-wave inglese e americana che e’ nata dalle ceneri del movimento punk. E se ne puo’ anche capire il motivo: Brian Eno, dopo aver lasciato i Roxy Music e aver composto quattro bellissimi album da solista nei quali riprendeva e ampliava certe sonorita’ e sperimentazioni del primo disco del gruppo inglese, alla fine degli anni Settanta ha collaborato costruttivamente con moltissimi artisti e gruppi d’avanguardia, apportando non solo la sua esperienza tecnica di creatore di suoni, ma anche la sua impronta stilistica: ed infatti i dischi di Bowie registrati nel periodo berlinese (Heroes, Low, Lodger) e Remain in Light e Fear of music dei Talking Heads risentono moltissimo di tale influenza e sono facilmente riconducibili al disco che il buon Stiv (thank you!) mi ha fatto ascoltare. Rimanendo in zona “glamour”, il primo ottobre ha suonato a Milano David Sylvian, al teatro Smeraldo. Un posto elegante per una musica elegante. Sylvian, gia’ fondatore dei Japan negli anni Ottanta (in questo periodo era davvero glamour, eccentrico e truccatissimo!), nei suoi lavori da solista si e’ smascherato e ha dato vita ad uno stile molto personale nel quale spicca la sua splendida voce, bassa e calda, impegnata in melodie preziosissime e complicate, che lasciano un segno nel profondo del cuore: il tutto contenuto in una scatola di suoni ricercati e mai scontati, spesso delicati e leggeri. Allo Smeraldo Sylvian si e’ presentato con una band che comprendeva altri quattro elementi: alle tastiere un personaggio bravo ma, a mio parere, un po’ troppo invadente per la musica raccolta dell’autore inglese; un chitarrista essenziale e discreto, un buon bassista con il sorriso stampato sulle labbra, spesso alle prese con il contrabbasso pizzicato con le dita (mi ha colpito il fatto che questi tre musicisti, sebbene eleganti, fossero a piedi nudi, ma cio’ non stonava affatto, devo ammetterlo); ed infine il fratello di Sylvian, Steve Jansen, gia’ membro dei Japan, “on drums and percussions”. Sylvian, sul palco, non e’ un uomo di molte parole, generalmente e’ anche molto serio e si muove poco; pero’ quella sera evidentemente era di buon umore e si e’ lasciato andare a diversi sorrisi verso il pubblico (credevate che vi dicessi che aveva raccontato barzellette ed aveva ballato tipo Backstreet Boys?), non e’ sempre stato seduto sul suo sgabello, ma si e’ fatto ammirare in tutta la sua bellezza (molto folto, effettivamente, il pubblico femminile, la maggior parte del quale in costante ammirazione per tutto il concerto), anche se il modo in cui era vestito mi ricordava piuttosto il mago Sylvan (ve lo ricordate? Quello di Simsalabim!), con un’eleganza forse un po’ troppo americana e discutibile (attualmente vive negli USA, quindi ne avra’ mutuato anche lo stile). A parte questo accentuato “infighettamento” il concerto e’ stato denso di emozioni, pieno, piu’ che soddisfacente, da vero personaggio di culto quale lui ormai e’. A meta’ ottobre il Tunnel ha ospitato gli Sparklehorse (cfr. Frittomisto n. 47) di Mark Linkous. Ero davvero ansioso di vedere sul palco questa band per capire se era capace di ricreare dal vivo le stesse atmosfere dei dischi e magari amplificarle. Ero ansioso di vedere un Linkous alle prese con i “rumorini” vari, echi, kaos pad, ecc., ma, purtroppo, ho dovuto ricredermi: la band ha reso i pezzi ancor piu’ dilatati e lenti che in studio, frapponendo solo un paio di volte qualche pezzo piu’ tirato e concedendo poco spazio al “rumorismo artistico”. Il microfono lo-fi di Linkous, quello “effettato” che gli rende la voce un po’ gracchiante da vecchio vinile rovinato, fischiava spesso, coprendo a volte anche il suono del violino e dei campionamenti (era voluto?). Mi aspettavo, sinceramente, un po’ piu’ di energia, ed invece Linkous e’ riuscito a trasmettere dal vivo gli aspetti piu’ reconditi del suo animo depresso (che per i fan piu’ sfegatati puo’ essere anche piacevole); in una tenuta da Neil Young ringiovanito e quindi simil grunge (camicione e jeans, come immaginavo Kurt Cobain poco meno di una decina di anni fa), perennemente piegato sui suoi due microfoni, Linkous ha voluto impostare il concerto in maniera lo-fi, cosi’ come e’ la sua musica, senza badare troppo ai dettagli, ponendosi spesso anche lui in un atteggiamento da personaggio di culto (in modo diverso da Sylvian, naturalmente), a volte un po’ ridicolo, a dir la verita’, come negli episodi del “peace & love” nel saluto finale e nel divieto, rivolto dal servizio d’ordine al pubblico per tutto il concerto, di scattare foto con i flash. Probabilmente la prossima volta che ci sara’ un concerto degli Sparklehorse rimarro’ a casa a sentire i loro dischi, che mi danno piu’ emozioni.
Fabio Nitti
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