Consigli per le Recchie

 

Alle radici del lo-fi

 

Il primo disco degli Sparklehorse Vivadixiesubmarinetransmissionplot mi e’ stato prestato nel 1995 da uno dei miei soliti fornitori che, alla domanda, “che genere e’?” mi ha risposto: “Psychocountry!”. Non ho mai saputo se era stato lui a coniare questo nuovo genere o se aveva rubato il termine ad una recensione appena letta che l’aveva incuriosito a tal punto da indurlo ad acquistare il disco.

A questo nuovo genere Mark Linkous, creatore e intelligence (in questo periodo tale parola e’ abbastanza inflazionata, per cui non possiamo fare a meno di usarla, anche se con fini assolutamente diversi da quelli per cui e’ veramente votata!) degli Sparklehorse, e’ rimasto sempre fedele: in effetti il secondo album, Good Morning Spider, ricalcava molto le atmosfere del primo, rappresentandone la naturale continuazione, anche se con qualche episodio un po’ piu’ tirato. L’ultimo lavoro, It’s a wonderful life, continua su quella strada che e’ ormai divenuta di pubblico dominio, visto che sono molti ormai i gruppi (Grandaddy, Eels, Mercury Rev, Flaming Lips) che hanno abbracciato sonorita’ simili, in un gioco costruttivo di influenze reciproche.

Se proprio volete costringermi a dire da dove prende le sue origini lo stile degli Sparklehorse, non posso astenermi dal citare i Radiohead (di cui gli Sparklehorse sono stati gruppo di supporto in tournee per un certo periodo), almeno per quanto riguarda la costruzione delle melodie: sono stati loro i veri spartiacque, a cavallo degli anni Novanta, fra il grunge e quello che alcuni critici hanno osato chiamare “post-rock” (definizione che dice tutto e niente! Ma il rock e’ davvero dead? Chi l’ha detto?!!!!). Ai tempi in cui esisteva ancora il grunge, forse il termine post-rock poteva avere un senso in quanto poteva annoverare, in una sorta di categoria residuale, tutte quelle band che non facevano grunge. Ma oggi che il grunge e’ morto (e questo lo si puo’ affermare come dato di fatto) il post-rock assurge a nuova forma di rock, da tenere ben distinta, naturalmente, da coloro che ancora oggi pensano di essere i soli a portare alto il vessillo di veri artisti rock (Placebo, Limp Bizkit, Korn, per citare i piu’ famosi): io credo che si tratti di due forme alternative di rock, adatte a gusti diversi, una caratterizzata da suoni duri e decisi, l’altra da suoni piu’ delicati.

Gli Sparklehorse appartengono alla seconda categoria, anzi, devo confessarvi che il loro primo album ha sancito per me la scoperta di questo genere musicale, alternativo al rock classico (grunge-oriented), caratterizzato da un utilizzo cospicuo di strumenti acustici, dall’uso di echi e rumori vari nei pezzi, ma, soprattutto, dall’invenzione del lo-fi, cioe’ di registrazioni che sembrano essere riprodotte da vecchi vinili, con un suono ovattato e basso, con cui spesso gli Sparklehorse, ma anche gli altri gruppi citati all’inizio, si divertono a introdurre i loro pezzi.

It’s a wonderful life conserva il tono dimesso degli altri dischi di Linkous: la malinconia (va ricordato che Linkous nel 1996 e’ sopravvissuto ad una pericolosa mistura di Valium ed antidepressivi) regna sovrana in tutti i pezzi, con qualche raro accenno distorto e acido. Un album tutto sommato semplice nella costruzione delle melodie, ma allo stesso tempo curato negli arrangiamenti e nei rumori di contorno, nonche’ nella scelta dei suoni. Sicuramente l’album risulta arricchito dalla presenza di ospiti del calibro di Tom Waits (in Dog Door) e PJ Harvey (in Eyepennies), al punto da indurre Thom York dei Radiohead a parlare di questo disco come uno dei migliori degli ultimi anni. Non sono completamente d’accordo con lui, non perche’ disprezzo questo lavoro (anzi!), ma perche’ anche gli altri due album di Linkous & Co. sono molto validi e, a dirvi la verita’, non riesco a decidere quale sia il mio preferito: se sapessi di una imminente uscita di un cofanetto che raccoglie tutti e tre i dischi (impossibile, visto che l’ultimo e’ uscito recentemente) vi consiglierei di prenderlo subito. In assenza del cofanetto affidatevi al caso, ma se volete davvero assaporare questa nuova onda di rock (?) americano, gli Sparklehorse sono un passaggio obbligato.

Li aspettiamo con ansia al Tunnel di Milano il 19 ottobre: se potete, venite ad ascoltarli!

 

Fabio Nitti

 

 

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