Consigli per le Recchie

 

. . . . con una premessa . . . .

 

Sabato, 15 settembre 2001 - Premessa

 Avrei dovuto cominciare a scrivere questo pezzo martedi’ sera, 11 settembre, ma non me la sono sentita. Ero troppo scioccato dalle immagini televisive del secondo aereo contro la seconda torre del World Trade Center. Quella sera avrei dovuto scrivere, come al solito, di musica, cioe’ di un argomento faceto in confronto al “film” che veniva trasmesso da tutte le emittenti televisive. In quei momenti la mente e il cuore entrano in uno strano cortocircuito, mettono in discussione tutto: che cosa faccio per evitare tutto questo? Sono in grado di fare qualcosa, seppur nel mio piccolo? Esiste un modo perche’ cio’ non accada piu’? E al tempo stesso ti assale la paura del domani: e adesso? Che cosa succedera’? E se scoppia una . . . . . guerra? Il Presidente del Paese piu’ potente della terra non ha esitato ad usare questa parola appena tre giorni dopo gli attentati: “E’ la prima guerra del nuovo secolo!”, probabilmente per assecondare l’opinione pubblica americana accecata dall’odio (purtroppo comprensibile) verso i terroristi. Al suo posto non avrei mai usato quella parola, anche se politicamente conveniente in questo particolare momento. Il mio pensiero va alle vittime e a tutti coloro che da una vera guerra potrebbero essere seriamente coinvolti. Una guerra che nascerebbe esclusivamente dalla mancata volonta’ di affrontare politicamente le situazioni difficili del Terzo Mondo.

In ogni caso io voglio continuare a parlare di musica, perche’ questo e’ il mio ruolo all’interno di Frittomisto. Se non altro perche’, se fino ad oggi ho scritto di argomenti leggeri nonostante le grosse tragedie dell’umanita’ (fame nel mondo, carestie, focolai di guerra sparsi in tutto il Terzo Mondo) per coerenza devo continuare a farlo anche dopo questa ennesima tragedia, che questa volta ha coinvolto il mondo occidentale ma, ricordiamolo, non e’ piu’ importante delle altre tragedie che quotidianamente affliggono quell’umanita’ dimenticata da Dio e dagli altri uomini.

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 C’era una volta una band chiamata Talking Heads, formata da tre uomini e una donna. Il loro Remain in Light del 1980 e’ stato il secondo disco di musica rock “vera” che abbia mai ascoltato. Il primo, per i piu’ curiosi, e’ stato The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars di David Bowie (ma forse ve l’avevo gia’ detto!). Dire che l’ascolto di Remain in Light, alla tenera eta’ di dodici anni, fu per me traumatico e’ dir poco: fino ad allora le mie orecchie non avevano neanche assorbito gli Stones ne’ tutto il rock anni Settanta di cui di li’ a poco avrei fatto indigestione, per cui i suoni eclettici del disco di David Byrne (leader dei Talking Heads) e compagni, nonche’ le ritmiche ossessive e ripetitive, sembravano davvero appartenere ad una realta’ non di questo mondo. Non capii subito l’importanza di quel disco, non arrivavo proprio a comprenderne l’architettura, la mia memoria musicale non riconosceva simili forme e frequenze sonore, percio’ quella cassetta (una TDK grigia! do you remember?) cadde un po’ nel dimenticatoio, dando la precedenza ad altri ascolti piu’ “equilibrati”: Rolling Stones, Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Doors e Bowie. Dopo un paio d’anni di questa palestra sentivo di poter avventurarmi in qualcosa di piu’ innovativo, cosi’ fu spontaneo il ripescaggio di Remain in Light dal dimenticatoio e li’ mi accorsi della rottura che quel disco aveva provocato all’interno della musica rock: il termine new-wave, che era stato coniato in quegli anni per contraddistinguere quei gruppi nati dalle ceneri del punk (assoluto dissacratore del rock con la erre maiuscola), era davvero appropriato per i Talking Heads, in quanto questa band era quanto di piu’ innovativo potesse esserci sulla scena musicale mondiale.

Il gruppo ando’ avanti per la sua strada sfornando altri bei dischi (Speaking in tongues, Naked), ma non raggiunse piu’, a mio parere, quel picco che era stato Remain in Light. David Byrne aveva colto sicuramente questo limite della band e gia’ nel corso degli anni Ottanta aveva sperimentato nuove sonorita’ con Brian Eno (My life in the bush of ghosts) e da solo (The Catherine Wheel, colonna sonora per un balletto omonimo di Broadway). Con The Forest, all’inizio degli anni Novanta, aveva persino percorso i sentieri della musica classica contemporanea, sempre con risultati lodevoli. Ma la vera svolta rispetto ai Talking Heads la da’ Rei Momo, del 1989, nel quale l’artista si avvicina alle atmosfere sudamericane (salsa, merengue, rumba, samba, ecc.), ne viene influenzato, le traspone in suoi pezzi originali arricchendoli con la sua piacevole vocalita’, con la quale aveva gia’ caratterizzato i dischi dei Talking Heads, e arriva addirittura a fondare una propria etichetta, la Luaka Bop, con cui produce artisti sudamericani.

Abbandonati i Talking Heads e ormai lanciato nella carriera solista Byrne attualmente da’ alla luce un disco nuovo ogni 4-5 anni, dedicandosi contemporaneamente alla fotografia (una sua mostra e’ stata allestita circa un anno fa anche in Italia) e alla sua etichetta discografica.

L’ultimo suo lavoro, Look into the eyeball, a me piace molto, ricco di pezzi molto diversi tra loro, alcuni dei quali risentono ancora delle influenze sudamericane (Desconocido soy, cantato in spagnolo), altri piu’ dolci con uso di violini (il piu’ recente amore di Byrne), chitarre classiche (The accident) e palesi richiami ai Beatles (The revolution, Smile), altri di stampo piu’ pop (The great intoxication) ed invitanti al ballo (Like humans do), altri caratterizzati da atmosfere piu’ morbide e seducenti (Neighborhood, Walk on water, Everyone’s in love with you). Tutti i pezzi sono estremamente curati e arrangiati, con percussioni vivaci e colorate, melodie molto ricercate (a cui Byrne ci ha ormai abituato, avendo un ottimo gusto in tal senso) ed energia da vendere. Quella stessa energia che a meta’ luglio il quasi cinquantenne scozzese ha sfoderato sul palco dell’Idroscalo a Milano in un concerto iniziato, come al solito, con sola voce e chitarra acustica, accompagnate in seguito da batteria, percussioni e basso, fino a raggiungere il culmine con la presenza di violini e violoncelli (capite perche’ parlavo di ultimo amore di Byrne? L’ultimo suo concerto che avevo visto, nove anni fa, aveva seguito lo stesso schema, ma la sorpresa era stata offerta dai fiati, invece che dagli archi!). Vederlo in concerto mi da’ sempre una certa emozione, mi piace il suo modo “gallinaceo” di muoversi e ballare, il suo modo di cantare, la spontaneita’ della sua musica, il ritmo e l’energia che riesce a trasmettere con le sue canzoni, tra le quali non e’ mancata la sempreverde Once in a lifetime, il pezzo di Remain in Light che probabilmente ha reso famosi i Talking Heads. Insomma una gran festa per i presenti, non molti a dire la verita’ a causa del forte temporale che, poco prima del concerto, ha investito Milano scoraggiando i meno volenterosi.

Il concerto di uno scozzese, ormai naturalizzato americano, che proprio in quella Once in a lifetime, vent’anni or sono, ridicolizzava i modi di vita borghesi degli americani e del mondo occidentale in genere (And you may find yourself living in a beautiful house, with a beautiful wife), ma che oggi sicuramente stara’ piangendo, come noi tutti, le vittime delle Twin Towers e si stara’ ponendo gravi interrogativi sul futuro del mondo.

 

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Questa rubrica e' a cura di:
Fabio Nitti
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