Clima scozzese

Siete mai stati in Scozia? Io no. Pero’ mi sono fatto una certa idea di quello che potrei aspettarmi dalla Scozia. A parte le bellezze paesaggistiche, immagino un tempo sempre cupo, autunnale, con un’ansia di pioggia incombente, che mette tristezza, deprime. Pero’ quando esce quel piccolo e raro raggio di sole, allora il cuore ti si scalda, la tua anima sembra uscire dal letargo invernale e ti viene voglia di riprendere a vivere.

Le canzoni degli Arab Strap in Elephant Shoe, loro terzo album pubblicato nel 1999, mi hanno dato questa sensazione: creano un ambiente cupo, quasi claustrofobico, amplificato dalla voce baritonale di Aidan Moffett e dall’uso di violoncello, tastiere e batteria elettronica con suoni piuttosto bassi; lentamente, pero’, si aprono squarci di pacata serenita’, favoriti dagli intrecci di chitarra di Malcolm Middleton (l’altro socio). Di questo duo avevo gia’ ascoltato Philophobia edito nel 1998 e gia’ mi avevano dato l’impressione di non essere delle persone proprio felici: anzi devo dire che il senso di soffocamento in questo disco era ancora piu’ forte al punto che, quando lo avevo ascoltato per la prima volta, la persona che era con me mi aveva pregato di cambiare disco perche’ cominciava ad accusare un senso di oppressione non indifferente.

Elephant Shoe conserva apparentemente l’atmosfera in bianco e nero di Philophobia, ma si comincia ad intravedere una certa tonalita’ di colore, come se fosse ottenuta con un filtro, come nella copertina dell’album, sulla quale domina uno spento marrone chiaro. A detta degli autori Elephant shoe e’ un disco sull’amore, dedicato alla ragazza di Aidan Moffet, un disco in cui il timore di innamorarsi (Philophobia) svanisce.

Anche i versi sono piu’ orientati al romanticismo: mentre in passato nei loro dischi si potevano trovare strofe del tipo: “It was the biggest cock you’d ever seen, but you’ve no idea where the cock has been”, oggi gli Arab Strap si permettono di esordire dicendo: “I see cherubs swarm around the bed and swooping down to kiss your head”. Lo stile del crooner, paragonabile a tratti a Lou Reed, Nick Cave e Tom Waits, e’ comunque abbastanza personale e riconoscibile: tutti i pezzi non sono effettivamente cantati, ma parlati, anzi sussurrati, su linee melodiche solo lontanamente definibili, la cui lentezza e’ accentuata dagli arpeggi rarefatti della chitarra di Middleton, a volte piu’ incisivi come in Direction of strong man, probabilmente il pezzo dell’album che piu’ facilmente si riesce a ricordare.

Sebbene io apprezzi gli Arab Strap e il loro Elephant Shoe, ci penserei un po’ prima di regalare questo disco ad un amico, perche’ si tratta di un disco difficile da ascoltare, direi quasi ostico, anche se la tranquillita’ che lo pervade allontana, a mio parere, il rischio di scatenare delle crisi depressive. Ritengo comunque che, per ascoltarlo e goderselo, sia necessario stare bene con se stessi e sapere stare al gioco di Moffet e Middleton, un gioco che al primo ascolto puo’ sembrare monotono e noioso (come la voce di Moffet), ma che lentamente (come i ritmi della loro musica) ti coinvolge e ti fa scoprire una dimensione sconosciuta alla maggior parte delle persone: quel raggio di sole che ti sveglia dal letargo.

 

 

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