Scambio di ruoli


Mi sono imbattuto la prima volta in Nick Cave alla fine degli anni Ottanta, grazie a Wim Wenders, in particolare grazie al suo film "Il cielo sopra Berlino". La protagonista entra in un locale underground berlinese in cui quella sera suona Nick Cave con i suoi inseparabili Bad Seeds: l'atmosfera e' appropriata per la musica del crooner australiano, da' una sensazione forte di solitudine, visto che ogni persona della platea sembra vivere l'ascolto assorta in se stessa, come se intorno non ci fosse nulla.
Erano quelli i tempi in cui Nick Cave si cimentava con lavori del calibro di "From her to eternity" o "Your funeral . . . my trial", densi di storie disperate, eccessive, specchio della turbolenta vita dell'artista, in perenne lotta con droghe e alcool. Il film, per chi non lo conoscesse, e' la storia surreale di un angelo che, per amore, decide di rinunciare ai suoi "poteri" e di assumere il ruolo di normale essere umano, con tutte le esperienze e sensazioni che una trasformazione del genere puo' comportare: uno che prima leggeva i pensieri della gente (prima 15 minuti circa del film) si trova ora ad affrontare la vita umana della metropoli, che e' anche una metropoli particolare con questo strano muro che la divide.
Poiche' Wim Wenders nei suoi film non riesce mai a fare a meno della musica che ama affidandole un ruolo descrittivo e non di semplice cornice ornamentale, trova nella musica di Nick Cave il giusto "acme sonoro" per un film impregnato di malinconia e solitudine. Ma non si accontenta soltanto della musica di Nick Cave: ne pretende anche l'inquietante presenza sul palco, oltreche' sui manifesti che annunciano il concerto, affissi nelle zone piu' degradate della citta'. E il connubio Berlino - Nick Cave riesce benissimo, risulta di grande forza, emoziona.


Dopo circa quindici anni da quel film Wim Wenders continua parlare di solitudine nelle sue opere cinematografiche (One million dollar hotel), Nick Cave continua a cantare storie tristi, anche se, a differenza che in passato, la maturita' dei quaranta anni lo induce a intravedere un raggio di luce alla fine dei bui tunnel che sono le sue ballate: questo raggio di luce si chiama Dio. In quasi tutti i brani del nuovo disco "No more shall we part", infatti, la presenza di Dio e' molto frequente, un Dio che il crooner invoca per allontanare i suoi incubi, i suoi fantasmi del passato, le paure e le tristezze del presente: "Lord, stay by me, don't go down" (And no more shall we part).


Che Nick Cave stesse abbandonando le dissolutezze della sua gioventu' si era gia' capito dagli ultimi lavori, "Murder ballads" e "The boatman's call", nei quali permane una certa visione della realta' non proprio ottimistica, ma che non sono cosi' disperati come i lavori degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Anche l'interpretazione del crooner non e' piu' violenta e distruttiva, ma e' piu' pacata e matura, degna di un "Frank Sinatra noir", come ama chiamarlo il mio amico Beppe. In "No more shall we part" domina piu' che mai il pianoforte, presenza ribadita anche negli ultimi concerti dal vivo, durante i quali i momenti piu' emozionanti sono proprio quelli che vedono i solo di pianoforte e voce del crooner (purtroppo non ho visto il suo ultimo concerto a Milano, ma le sensazioni suscitate mi sono state raccontate da un amico fidato). Tutte le melodie dell'ultimo lavoro sono semplici, costituite da pochi accordi essenziali (che e' sempre stato nello stile di Nick Cave); alle sferzate finali del passato, in crescendo nella voce e nella rumorosita', si sostituiscono conclusioni piu' serene, non prive, a volte, di una certa dose di ottimismo: "Walk with me now under the stars, for it's a clear and easy pleasure and be happy in my company, for I love you without measure, walk with me under the stars, it's a save and easy pleasure, it seams we can be happy now, it's late but it ain't never" (Sweetheart come).


Sebbene il disco sia piacevole e Nick Cave confermi le sue ottime doti canore, gli arrangiamenti e lo stile delle ballate ricalcano molto spesso quelli degli ultimi due lavori sopracitati, a tal punto che sarebbe difficile per me dal punto di vista musicale, riconoscere se un pezzo scelto a caso dai tre album appartiene all'uno o all'altro lavoro. Sembra quasi che Nick Cave musicalmente abbia ormai adottato uno stampo definitivo attorno al quale fa girare le sue melodie e che l'elemento caratterizzante dei dischi sia diventato soltanto il contenuto dei testi. Ho il timore che anche lui sia stato investito da quella "sindrome contrattuale" che induce molti artisti a continuare a scrivere non a fronte di una reale e vivace ispirazione, bensi' a fronte di precisi impegni con le case discografiche. Ma non e' un'accusa che gli faccio. Dopo tutto capita anche a noi di Frittomisto: a volte scriviamo benche' manchi l'ispirazione, con il risultato di annoiare a morte il povero lettore. Chiederemo allora a Nick Cave di scambiarci i ruoli: lui viene a scrivere su Frittomisto, noi comporremo ballate: ma voi, sinceramente, credete che andra' meglio?

 

 

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