Immersioni nel passato


Una cosa che ho imparato a fare crescendo e' limitare i giudizi drastici in fatto di musica: mentre da giovane arrivavo a discutere animatamente con i miei amici sul valore dei gruppi che ascoltavamo, oggi ho cambiato approccio; cerco piuttosto di capire se una band che ascolto puo' piacere ad un certo target di persone, anche se a me personalmente fa schifo. Faccio questo perche' ormai mi capita molto spesso di sentire amici, che reputo buoni ascoltatori di musica (non amo il vocabolo intenditore quando si parla di musica), criticare in modo assolutamente opposto alcuni dischi.


E' proprio quello che mi e' successo quando, letta la positiva (Cinquestelle!) recensione di Enrico Sisti su Musica riguardo ai Cousteau si e' subito scatenato il giro di telefonate nel solito circuito degli scambisti (parlo di CD, non fraintendete!) per cercare qualcuno che avesse questo disco-rivelazione (secondo Musica). Alla fine il disco e' saltato fuori dall'amico di un amico (e' la maniera elegante per dire che e' stato scaricato da Napster dall'amico di un amico) e, dopo i tre/quattro ascolti di rito, e' iniziato lo scambio di critiche. In questa fase ho ricevuto opinioni abbastanza differenti da persone di cui stimo molto il giudizio critico in ambito musicale. Da una parte mi e' stato detto che e' un disco molto piacevole, ben arrangiato, nel quale spicca la bella voce del cantante, Liam McKahey; dall'altra, invece, mi e' stato detto che, ad eccezione dell'hit dell'album, The last good day of the year, i pezzi sono tutti scontati, i suoni non hanno personalita' e che il crooner non fa che imitare il Bowie di Wild is the wind o Jacques Brel (che anche Bowie ha interpretato, tanto tanto tempo fa . . .).


Se non avessi ascoltato il disco, a chi avrei dovuto credere? Eppure si tratta di due persone che hanno gusti musicali abbastanza affini! Insomma, alla fine dovrete fidarvi della mia opinione, sperando di riuscire a farvi capire che tipo di musica fanno gli inglesi Cousteau. Per far questo vorrei partire dalla copertina del disco raffigurante il gruppo in una esibizione al vivo, una bella foto in bianco e nero che sembra scattata negli anni Quaranta: c'e' un contrabbassista, un trombettista e il cantante in una posa che ricorda Chet Baker; sul retro del disco la foto continua e c'e' il resto del gruppo, il chitarrista (simil-Jimmy Page) ed un tipo seduto che potrebbe essere il pianista (se cosi' e', si tratta del fondatore del gruppo, Davey Ray Moor). Se escludessimo il chitarrista (che e' l'unico a non vestire con camicia e giacca) sembrerebbe di vedere all'opera un quartetto jazz in un fumoso club newyorkese! Ascoltando il disco ci accorgiamo subito che di jazz non si tratta, pero' l'atmosfera della copertina rispecchia comunque l'ambientazione sonora dell'album: melodie malinconiche e delicate cantate con voce baritonale da Liam McKahey (il parallelo con Bowie e' assolutamente vero, basta ascoltare l'impostazione vocale in Mesmer!), uso frequente di violino, tromba e pianoforte, chitarre pulite a volte anche acustiche, coretti, ritmica tranquilla, insomma atmosfera soffusa per tutto l'album, musica d'altri tempi, direi.
Effettivamente gli arrangiamenti dei Cousteau non hanno nulla di innovativo, ma la band non ha ambizioni sperimentali, punta piuttosto a coinvolgere emotivamente l'ascoltatore attraverso la bellezza e l'orecchiabilita' delle melodie (Shades of Ruinous blue, How will I know): in questo approccio mi ricordano i Coldplay, anche se, rispetto a questi, i Cousteau ricercano una maggiore eleganza, soprattutto nei suoni, in particolare delle chitarre (Your day will come, in cui mi sembra riecheggiare i Platters, e One good reason, il cui ritornello mi fa venire in mente gli Spandau Ballet, pensate un po'!). Si discosta leggermente dagli schemi Wish you were her, con la sua ritmica piu' swinging e la chitarra in primo piano a fare da contraltare alla voce.


A chi devo dare ragione fra i miei due amici, dunque? Credo che il giudizio di entrambi sia giusto, dopo tutto, pero' bisogna distinguerne l'approccio: il primo si limita a cogliere la bellezza delle melodie, per quanto non contengano nulla di innovativo, mentre l'altro, alla ricerca dell'originalita', naturalmente rimane deluso perche' si trova di fronte ad un disco "classico". In tutta sincerita' vi confido che a me il disco e' piaciuto perche' ci fa immergere in un passato trasversale che, partendo da Chet Baker, passa per i Platters e arriva a Bowie: tutto gia' sentito, e' vero, ma se e' di buon gusto non posso non apprezzare.

 

Back