Piccola perla

 

Otto anni fa, piu’ o meno. Seattle, con Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains, viveva il momento magico del grunge e, sotto la sua influenza, gran parte dei giovani del pianeta, appassionati di musica, cercava di farsi coinvolgere prepotentemente da questa estasi collettiva, primo episodio di “globalizzazione artistica simultanea”, formando gruppi musicali caratterizzati da chitarre distorte, voci gridate, jeans stracciati e capelli lunghi. Anche Taranto, mia citta’ di origine, dove in quel periodo svolgevo il mio (purtroppo) servizio di leva obbligatoria, era tutto un rifulgere di gruppi, tra i quali, naturalmente, pochi si salvavano; pero’ era comunque piacevole l’aria “seattle-oriented” che si respirava. Addirittura un locale che fino all’estate precedente era stata una comune pizzeria per famiglie, aveva fiutato la tendenza e, pur conservando l’aspetto mangereccio della situazione, aveva cominciato ad ospitare i diversi gruppi musicali dei dintorni, che fortunatamente non facevano piano-bar, facendoli suonare su un palchetto quasi dignitoso.

Una sera d’estate, nel pieno dell’afa tarantina, ero andato ad ascoltare proprio in quel locale i mitici (per la scena tarantina) Velvet, nei quali un mio amico, Marco Schnabl, suonava la chitarra. I Velvet facevano un rock italiano abbastanza carino, piu’ vicino forse alla new-wave italiana (Litfiba) anni Ottanta che alle sonorita’ grunge anni Novanta. A fine concerto, durante la cover di Knockin’ on Heaven’s door, il cantante dei Velvet aveva invitato sul palco la cantante di un altro gruppo tarantino, gli Out, tale Alessandra “Ali” De Siati. Lei si limito’ a fare la seconda voce nel ritornello: quel momento lo ricordero’ per tutta la vita per quanto mi impressiono’ la bella voce della ragazza, che ando’ dritta al mio cuore, potente e profonda, vera piu’ che mai.

In seguito, dopo varie vicissitudini, Marco lascio’ i Velvet, Alessandra gli Out e, con l’ex-batterista (Peppe Cuscito), e l’ex-bassista (Marcello Buccoliero) di un ennesimo gruppo (Stonegarden) della Taranto-Seattle, fondarono i Foghenaist. All’epoca questi quattro ragazzi erano, a mio parere, quanto di meglio la citta’ di Taranto potesse offrire dal punto di vista della musica rock, soprattutto a livello di creativita’ e di gusto nella composizione. Fin quando abbiamo vissuto nella stessa citta’ ho seguito le loro gesta, partecipando spesso ai loro concerti, sempre carichi di energia e sempre molto coinvolgenti per il pubblico.

L’esigenza di cercare un lavoro che non fosse il “must” tarantino (Marina Militare o industria siderurgica e suo indotto) ha fatto si’ che i Foghenaist si trasferissero a Londra (questo mi ricorda un po’ la storia dei Blonde Redhead) per cercare “fortuna” discografica in un ambiente molto piu’ sviluppato di quello italiano. Per la cronaca: per strada hanno perso (sono vivi, non temete: hanno solo lasciato il gruppo!) circa tre bassisti, che hanno preferito il mare Jonio alle bianche scogliere di Dover. Probabilmente la scelta di Londra non e’ stata casuale, visto che Alessandra ha sempre scritto i suoi testi in inglese e che il gruppo ha sempre rifiutato di adattare i propri pezzi alla lingua italiana con lo scopo di andare incontro al mercato “domestico” (scelta che condivido: mai snaturare le proprie composizioni per ragioni di mercato, anche a rischio di fare la fame; questo deve essere il rock, prendere o lasciare!).

Accanto a lavori “normali”, i Foghenaist hanno continuato il loro lavoro, hanno cambiato il loro nome in uno piu’ facilmente pronunciabile e si sono trasformati in Mother of Pearl. Da circa un anno e’ andato via anche il batterista originario, per cui sono rimasti soltanto Alessandra e Marco come membri fondatori. Il 2 aprile 2001 e’ uscito il loro primo EP ufficiale, omonimo, registrato comunque con l’aiuto del vecchio batterista Peppe. Raramente vi propino la storia dei gruppi, ma nel caso dei Mother of Pearl ho sentito il dovere di farlo, perche’ difficilmente leggerete altrove la loro biografia “adolescenziale”.

Cerchero’ di dare un giudizio sul disco dei MOP prescindendo dall’amicizia che mi lega a Marco ed Ali. Si tratta di un disco piuttosto diverso rispetto a quelli da me recensiti in questa rubrica: qui si parla di rock vero e proprio, carico di energia, dove le chitarre di Marco sono in bella evidenza e costituiscono un ottimo ambiente sonoro per le splendide acrobazie vocali della cantante, un misto di Alanis Morrissette dei tempi migliori con una grinta e un calore degni di Janis Joplin. La struttura e le sonorita’ dei pezzi a volte richiamano i primi Skunk Anansie, quelli senza i violini, per intenderci, passando per gli Smashing Pumpkins e saltando all’indietro verso i mai dimenticati Led Zeppelin. Il disco si apre con l’energia di Just a matter of time, un pezzo sofferto e disperato annunciato dal verso “Today I’ve grown old found my dolls dead on a broken floor”, e con un assolo di chitarra altrettanto disperato e lancinante a meta’ pezzo. Borders e’ una ballata aperta da una marcetta con drum-machine in stile lo-fi sulla quale entra la sola voce di Ali e successivamente le chitarre, prima arpeggiate, poi, nel crescendo finale, distorte. Molto bello il gioco di basso e chitarre in Welcome back, con un ritornello di notevole spicco, che stacca in maniera netta rispetto alla strofa, cantata con una particolare ritmica incalzante. L’apertura di Black or white riporta i MOP al loro amore adolescenziale verso gli U2; Not again e’ il pezzo piu’ “americano” del disco, comunque un brano apprezzabile, ma meno trascinante degli altri. The sun e’ la traccia nascosta dell’EP, un pezzo in cui la voce di Ali, accompagnata dalla chitarra acustica, si evidenzia nell’acuto del ritornello “No sun”, rimandando ad alcuni vecchi pezzi degli Extreme, altra passione di Marco e Ali.

Credo che i MOP abbiano davvero tutte le carte “musicali” in regola per piacere al grande pubblico: come al solito, pero’, sara’ necessaria una appropriata campagna promozionale anche dal punto di vista dell’immagine, perche’, si sa, oggi fare buona musica non e’ sufficiente per avere successo, purtroppo. Per vendere, le grosse etichette creano dei personaggi che attirano l’attenzione dei giovani (basti pensare al fenomeno Eminem): l’importante, come al solito, e’ non “vendersi”, ma rimanere coerenti ai propri gusti e alla propria personalita’. A me non rimane che incrociare le dita per i MOP e segnalarvi il loro sito www.mother-of-pearl.co.uk .

Photo by Domenico Ruggiero

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