Gocce delicate

Se fossi un frequente lettore di Frittomisto me la prenderei con il direttore (meglio conosciuto come Presidente) per due motivi che riguardano direttamente il sottoscritto e la sua rubrica “consigli per le recchie”. Primo, perche’ la maggior parte dei gruppi che viene recensita e’ assolutamente sconosciuta; secondo, perche’ non e’ mai stato dato spazio, in sei mesi, alla musica italiana.
E non posso che dare ragione a questo eventuale incazzato lettore! Presidente, ma insomma! Se da un lato e’ vero che la nostra indipendenza politica ed economica (chi investirebbe su di noi?!!!!, non siamo mica le Pagine Gialle o Tiscali!) ci permette di fare quello che ci salta in mente per cui possiamo infischiarcene delle grandi major discografiche che hanno la possibilita’ di influenzare le recensioni dei loro pupilli sui giornali “politically correct” o in televisione, dall’altro lato e’ vero che certa musica italiana, lontana da questi loschi giri, ha bisogno di essere un po’ appoggiata, promossa, perche’ i mezzi economici a sua disposizione sono tutt’altro che abbondanti.


Per raggiungere un compromesso comincero’ a parlarvi si’ di musica italiana, ma non di quella “popolare”, altrimenti non farei altro che portare acqua al mulino di quel vasto ingranaggio economico il cui nodo principale si chiama Sanremo. Qui non voglio aprire alcuna polemica sulla necessita’ o meno da parte di un artista di partecipare alla seducente kermesse, che consente di mettersi in mostra davanti a moltissimi potenziali acquirenti (non dimentichiamo che anche la musica e’ un lavoro, che gli artisti per mangiare devono vendere i loro dischi e che agli esordi generalmente i dischi vengono persino venduti ai concerti, in “nero”, naturalmente). Il problema e’ che la partecipazione a Sanremo condiziona un po’ gli artisti stessi, in particolare coloro i quali non compongono generalmente musica melodica appartenente ai classici canoni italiani: percio’ chi ha sempre cantato in inglese DEVE cantare in italiano perche’ e’ “un festival di musica italiana” (non so se il regolamento permette di cantare in una lingua diversa, per me e’ gia’ assurdo che esista un regolamento!), chi ha sempre usato sonorita’ un po’ piu’ dure deve smussarle e adeguarsi magari agli arrangiamenti orchestrali (altrimenti che ci sta a fare l’orchestra?). Insomma, se devo dirla tutta, io non sono contrario al fatto che un artista del circuito “alternativo” partecipi al festival, pero’ mi piacerebbe che la sua creativita’ musicale non venisse snaturata per andare incontro al gusto popolare del pubblico. Chiusa la lunga parentesi sul festival.


Tutta questa tiritera su Sanremo non e’ comunque casuale, ma e’ legata in un certo senso al personaggio di cui vi parlero’ oggi. Ebbene si’, oggi ascolteremo musica italiana, addirittura targata al femminile, ma che non ha ancora compiuto il “necessario” passaggio dalla vetrina sanremese. Ho ascoltato in queste due settimane il disco che Cristina Dona’ ha pubblicato nel 1999, Nido, l’ultimo suo lavoro “lungo”, visto che ultimamente ha soltanto fatto uscire un EP con cinque pezzi, di cui uno, bellissimo, intitolato Goccia, era gia’ presente su Nido. Proprio parlando di Sanremo durante un’intervista Cristina Dona’ ha spontaneamente dichiarato che non le dispiacerebbe partecipare al festival. E a dirvi la verita’ non dispiacerebbe neanche a me, perche’ con la particolare musicalita’ che la Dona’ riesce a imprimere ai suoi pezzi finalmente la kermesse godrebbe di un apporto originale, un po’ com’era successo con Carmen Consoli quando cinque (credo) anni fa si presento’ con un brano a mio parere abbastanza insolito per la platea del festival, ma che poi ha contribuito al successo della “cantantessa” catanese.


Nido e’ un album che vale davvero la pena di ascoltare per le bellissime melodie e i poetici testi scritti da Cristina, per le gradevoli sfumature delle sue interpretazioni e per l’accurata produzione ottenuta grazie anche a Manuel Agnelli degli Afterhours (altra band milanese del circuito alternativo) e a Mauro Pagani (ex PFM). Il disco apre i stile lo-fi (suoni confusi come se fossero riprodotti da una vecchia audiocassetta) con il pezzo che da’ il nome all’album, segue una straordinaria interpretazione della Dona’ in Goccia (con voce in sottofondo e cornetta di Robert Wyatt). Voce piu’ aggressiva in Qualcosa che ti lasci il segno, ammaliante in Cosi’ cara, il cui testo affronta il tema del turismo sessuale, nostalgica ne L’ultima giornata di sole. In Volo in deltaplano la cantante si dedica a sperimentare suoni molto particolari (con organo e reverse) e con una melodia discontinua, mentre Brazil odora di Sudamerica in stile Terzo Millennio. Mi dispiace e’ un piacevole blues con bellissimi suoni di chitarra, Deliziosa abbondanza e’ un pezzo molto dinamico con un palese attacco alla “cultura” dello spreco e del consumismo, in Volevo essere altrove ritorna lo sperimentalismo minimalista, Cibo estremo e Terapie affrontano due temi per certi versi affini, uno sulla dipendenza esasperata da un certo tipo di cibo, l’altro sulla dipendenza dalle terapie mediche. E, per finire, la nota pessimistica di Mangialuomo: “L’uomo sbrana l’uomo, succhia la preda e dimentica”.
Nido e’ un album affascinante che fa vivere splendide emozioni e che riporta la musica italiana a livelli davvero alti. Sono impaziente di ascoltare il prossimo lavoro di Cristina Dona’, perche’ credo che possa riservarci altre piacevoli sorprese. Per adesso le faccio il mio in bocca al lupo e invito voi ad ascoltare con attenzione Nido.

Back