Frigoriferi musicali (con i maniglioni)

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Qualcuno puo' spiegarmi perche' le mode musicali piu' bizzarre e interessanti vengono non tanto dagli Stati Uniti, come molti pensano, ma dall'Inghilterra? Questo accade anche in altri campi, e' vero, ma se parliamo di musica la cosa si accentua ancora di piu': una mia statistica grossolana, non supportata da alcuna Doxa o Demoscopea di turno, mi indurrebbe ad affermare che, su cento episodi musicali nascenti, negli States solo l'un per cento puo' essere considerato qualitativamente valido (nei primi anni Novanta questa percentuale e' leggermente aumentata grazie al fenomeno grunge), mentre in Inghilterra possiamo parlare di un dignitoso cinque per cento. E' sempre stato cosi': per uno Springsteen americano, ci sono almeno cinque fra Stones, Beatles, Floyd, Zeppelin e Crimson inglesi. Data l'interpolazione lineare dei dati sopra riportati possiamo calcolare lo scostamento esistente ehm, scusate c'e' stata una interferenza della nuova rubrica "Matematica per surfisti " di Frittomisto.

Volendo continuare nel paragone fra USA e UK provero' ad introdurvi al gruppo con cui vi annoiero' oggi. Mentre nei primi anni Novanta gli States partorivano Kurt Cobain che, con i suoi Nirvana, annunciava al mondo che il rock e' duro a morire perche' si diverte a giocare ai corsi e ricorsi storici, nel Regno Unito da una parte imperava il brit-pop con i suoi oasisblurvervepulp, mentre dall'altra cominciava a germogliare la voglia di tuffarsi in un certo tipo di musica del passato e di riproporla con modi assolutamente nuovi. Detta cosi', sembrerebbe che USA e UK abbiano vissuto in quegli anni fenomeni musicali simili: la cosa cambia quando si sottolinea che, mentre Cobain & soci, insieme ad una miriade di gruppi made in Seattle e dintorni, si rifacevano alla musica rock di qualita' degli anni Settanta variandone le sonorita', ma lasciandone inalterato l'ottimo approccio aggressivo, gli Stereolab (abbiamo detto il nome finalmente!) cominciavano a proporre nei club londinesi pezzi ripescati da vecchie colonne sonore di B-movie anni Sessanta/Settanta o da motivetti degni della cara vecchia filodiffusione, il tutto frullato con sintetizzatori analogici, xilofoni, sezioni ritmiche diverse dal solito 4/4, "suonini" di derivazione piu' svariata.

Modernariato musicale. Ecco come potremmo definire l'operazione di questi signori (e signore). Avete presente i vecchi juke-box e le vecchie radio, i frigoriferi con i maniglioni, i distributori di Coca-Cola di una volta, i distributori di benzina americani anni Cinquanta? Quegli oggetti che alcuni collezionisti amano piazzarsi in casa, ma di indubbio gusto kitsch? Bene, gli Stereolab hanno fatto la stessa cosa con le musichette a cui accennavo prima. Se state cominciando a pensare che ne siano venuti fuori pezzi scadenti e magari votati allo sperimentalismo piu' esasperato, siete fuori strada. Prendiamo il loro penultimo disco (perdonatemi, non ho ancora ascoltato l'ultimo, posso solo dirvi che si tratta di un EP con sette brani) dal titolo incomprensibile ma cosi' carino: Cobra and Phases group play voltage in the Milky Night.

Un disco in cui almeno meta' dei pezzi, ascoltati la prima volta, fanno pensare a Edwige Fenech che si fa la doccia in uno di quelle centinaia di film in cui Lino Banfi e' valente coprotagonista: certi arrangiamenti (ed i coretti, soprattutto!) sono infatti provocatoriamente ispirati da tali colonne sonore (ascoltate l'inizio di People do it all the time oppure di Italian shoes continuum e vi verranno in mente anche i primi Fantozzi alle preso con Filini, sono sicuro), pero', se ponete attenzione alle melodie cantate dalla brava Laetitia Sadier e alla quantita' di suoni che si avvicendano sotto la struttura portante fatta di tastiere, synth, basso, e batteria, vi accorgerete di quanto questi pezzi possano essere gradevoli. Chitarra, fiati ed archi (campionati) completano il quadro, ma la loro presenza non e' mai esagerata. Alcuni pezzi sono caratterizzati da giri di basso ipnotici, fissi dall'inizio alla fine del brano (Free Design), ma mai noiosi, su cui la Sadier riesce ad impostare uno stile di canto molto personale, spesso in francese. Altri brani sono piccole suites, caratterizzate da parti strumentali in crescendo (Caleidoscopic gaze) oppure dalle voci alternate della Sadier e di Mary Hansen. Interessanti anche i testi (non e' vero: non si capisce un cacchio! e poi io non conosco il francese!): a volte crepuscolari (The Spiracles) a volte politico-idealistici ai limiti dell'utopia (Free Design: some held it in sight for scattered it may have been, they're ready to fight in a priceless inkling, the request is here ready to resurrect, what else can we do but recover the project ).

La musica degli Stereolab e' particolare, non e' immediata e puo' essere fraintesa (mi riferisco ad Alvaro Vitali, Fantozzi, Lino Banfi, ecc.): non piace a tutti, lo so, percio' vi consiglio di ascoltare qualcosa prima di commettere l'insano gesto di comprare a scatola chiusa, perche' potreste bestemmiarmi oppure non leggere piu' questa simpatica e costruttiva rubrichetta (chi si vanta da solo vale un fagiolo!!!). Percio': fatevi un giretto sui soliti www.amazon.com , www.cdnow.com , (vitaminic, www.vitaminic.com, non ve lo consiglio, mi ha veramente deluso!) oppure, se proprio volete approfondire, www.stereolab.co.uk : qui potete ascoltare addirittura tutto il disco: fidarsi (di me) e' bene, ma non fidarsi e' meglio!

Fabio

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