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NOSTALGIA
Gia' il grunge ci aveva scaraventati, con la sua potenza e i suoi suoni duri e pieni, nel bel mezzo dei Seventies, respirando puro hard-rock con produzioni piu' nuove e, soprattutto, chitarre piu' acide. Dieci anni dopo il grunge il tuffo nel passato e' ancor piu' profondo, in quanto rischiamo di spingerci proprio agli albori della musica pop: qui sto parlando addirittura di Beach Boys, cari amici, e delle loro atmosfere estive tipicamente californiane con qualche nota malinconica destata magari da una storia d'amore finita male o da una bella stagione terminata troppo in fretta. Ma se ai Beach Boys aggiungete un pizzico di Crosby, Stills, Nash e Young (nel periodo meno rock e piu’ pop) e lo mescolate con l’onnipresente (nonostante la sua triste fine) Jeff Buckley pensando ognittanto a Lenny Kravitz quando vuole farci intendere di essere un uomo dolce, allora ottenete i June & the exit wounds. Un gruppo
di cui biograficamente so molto poco, devo dirvi la verita', intuisco
dalle sonorita' che si tratta di un gruppo americano (ma di dove? Californiani
come i buoni vecchi Beach Boys? Boh!!! Ragazzi, che figura!); so soltanto
che il leader si chiama Todd Fletcher e che nei primi anni Novanta militava
negli altrettanto poco noti Twiggy. Tutto il resto che vi diro' e' frutto
della mia fantasia, badate bene, non e' . . . . documentato (come quasi
sempre del resto!). Ma come e’ capitato il disco a casa mia? I soliti
fornitori . . . . L'unico
disco che ho ascoltato di questa band si intitola A little more Haven
Hamilton, please (credo che abbiano pubblicato solo questo come LP)
ed e' uscito a marzo del 1999, quindi quasi due anni fa. In seguito ho
rivisto il nome di June & the exit wounds (ma qualcuno se lo ricordera'
mai per intero il nome di questo gruppo?) in un recente tributo a Brian
Wilson dal titolo Caroline Now in cui figurano vari altri gruppi (se lo
compro o lo registro un giorno magari ve ne parlero'). Il disco
e' piacevolmente melodico, con episodi piu' lenti che quasi evocano quel
tipo di nostalgia di cui vi parlavo all'inizio (I shouldn't be surprised,
Straight to my head, You're breaking my heart, Idly by),
caratterizzati dalla voce dolcissima del cantante che sembra voler riagganciarsi
agli antichi fasti dei Platters o degli Zombies (qui siamo a fine anni
Cinquanta, signori!) arricchendoli con interpretazioni piu' contemporanee
e sofferte (leggi Jeff Buckley o il padre Tim) oppure con pezzi piu' ritmici
(che mi hanno maggiormente entusiasmato) con chitarre, pianoforte, coretti
e arrangiamenti di marca Beach Boys (How much I really loved you,
Cathy Dennis) o piu' country alla Crosby, Stills, Nash & Young
(Highway noise, Field day) o un discreto mix dei due che,
incredibile ma vero, va a parare indiscutibilmente nei Supertramp (Let's
shack up together, Hey Hey Hey). Non mi
sono accorto della bellezza di questo disco subito, dopo averlo ascoltato
le prime volte, ed e' per questo che non ve l'ho proposto subito: la sua
musicalita' mi ha preso pian piano, dopo diversi ascolti, forse perche'
all'inizio l'ho considerato un po' privo di personalita' e troppo riecheggiante
le sonorita' dei vecchi gruppi che ho citato. Oggi sento di apprezzarlo
molto, soprattutto per la densa vena melodica e l'affascinante interpretazione
vocale: un disco da ascoltare in serate tranquille, quando si vuole creare
un'atmosfera particolare e provare forti sensazioni, inaspettatamente.
Potrebbe essere davvero una piacevole sorpresa! |
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