"Voglio diventare una rockstar"


Raramente guardo MTV e conseguentemente non conosco i video dei gruppi che recensisco. La prima volta che ho visto i Placebo e' stato in "Velvet Goldmine", il film prodotto da Michael Stipe dei R.E.M. sul periodo del glam-rock (vi ricordate quando avevo trattato di questo movimento musicale a proposito di Bowie? Cfr. Frittomisto n. 1). Chi meglio di Brian Molko (cantante e leader dei Placebo) avrebbe potuto immedesimarsi in Marc Bolan, stella nascente del pop britannico di fine anni Sessanta, presto oscurata (a ragione) da Bowie in qualita' di artista simbolo del glam?


L'immagine dei Placebo, infatti, e' strettamente legata allo stile glam: movenze effeminate del front-man, testi decadenti spesso ruotanti attorno alle perversioni (soprattutto sessuali), voce ambigua portata all'eccesso, provocazioni di ogni genere tra le quali non manca la (cattiva) abitudine di parlar male di altri gruppi durante le interviste (ad esempio dei Coldplay, cfr. Frittomisto n. 8).


Dalle poche dichiarazioni che ho letto, rilasciate da Brian Molko, il personaggio mi da' l'impressione di essere uno di quelli che, se a quindici anni gli fosse stato chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, avrebbe risposto: "La rockstar" aggiungendo magari il termine "puttana" dopo rockstar, perche' fa piu' ambiguo e irriverente. La breve biografia di Molko presente sul sito ufficiale del gruppo dice che il padre voleva fare del giovane Brian un ricco uomo d'affari come lui, ma il ragazzo evidentemente non era tanto d'accordo su questo tipo di futuro programmato per lui e ha intrapreso tutt'altra strada che, comunque, lo sta portando a conseguire lo stesso risultato: fare soldi. Con questo non voglio dire che i Placebo siano un gruppo costruito a tavolino per puri obiettivi economici, pero' sento di poter affermare che l'immagine studiata per il gruppo (il gusto glam, l'ambiguita' sessuale, il trucco vistoso, ecc.) ha funzionato abbastanza bene raccogliendo il beneplacito di tanti giovanissimi ed anche di alcuni nostalgici amanti di Bowie, Velvet Underground, Mott the Hoople. Basti pensare che l' 8 novembre scorso, per il concerto all'Alcatraz di Milano, i Placebo, pur pretendendo ben 50.000 lire, hanno fatto "sold out" dopo pochi giorni dall'inizio della prevendita.


Eppure, dal punto di vista musicale, non ci sono moltissime affinita' con le star appena citate, tranne che per l'impostazione vocale volutamente ambigua. La musica dei Placebo, infatti, verte fondamentalmente su due schemi: i pezzi tirati, con chitarre dure al limite della "vetrosita'" (stile Nine Inch Nails, ma meno "industriali") e con voce di Molko acuta e nasale da dare quasi fastidio, oppure pezzi tranquilli di maggiore atmosfera in cui il cantante tira fuori il meglio di se', le chitarre fanno un lavoro egregio non coprendo gli altri strumenti e gli altri effetti sonori e la struttura dei brani risulta sicuramente piu' originale. Dalle mie parole avrete certamente capito che lo schema che preferisco e' il secondo, mentre relego il primo come adatto, durante i concerti dal vivo, ad un salutare pogo: tanta energia, e' vero, ma poca sostanza.


Venendo all'ultimo lavoro (il terzo) dei Placebo, intitolato Black Market Music, la suddivisione fra brani tirati e brani tranquilli si conferma ancora una volta. Tra i primi potete ascoltare Days before you came (credo che l'Alcatraz avra' tremato per il pogo che si sara' scatenato all'inizio di questo pezzo!), Special K (dove pero' c'e' un coretto pop anni Sessanta che fa da contrappunto alla voce di Molko e placa la veemenza dei suoni), Slave to the wage (vero pezzo "riempipista" se venisse ascoltato in una discoteca rock oppure in un centro sociale, un po' noioso, devo dire), Haemoglobin e Taste in men (primo pezzo dell'album con campionamento molto simile a quello utilizzato dai Chemical Brothers nel loro famoso hit Block Rockin' Beats). Tra i secondi, che a mio parere rappresentano la parte piu' interessante del disco, potete imbattervi in Spite & Malice (che inizia con lo slogan "Revolution, dope, guns, fucking in the streets" e che contiene un bel rap cantato da Justin Warfield ), Passive aggressive (chitarre dure solo nel ritornello), Blue american (pezzo melodico con pianoforte, bello), Commercial for Levi (essenzialmente acustica con inizio di sola voce e basso), Narcoleptic (un bel lavoro delle chitarre, voce pulita di Molko), Peeping Tom (pezzo sul voyeurismo) e Black Market Blood (traccia nascosta del disco, con apporto di violini, molto decadente, ma decisamente bello).


Lo stile dei Placebo si e' ormai consolidato: i loro tre lavori (soprattutto gli ultimi due) sono abbastanza simili. Magari all'inizio poteva apparire originale un certo uso delle chitarre ed un certo tipo di impostazione vocale, pero' dopo un po' tutto questo puo' annoiare l'ascoltatore, soprattutto se, a distanza di tempo, non varia piu' di tanto. Tutto sommato i tre ragazzi potrebbero provare a lavorare maggiormente sulle atmosfere delle ballate piu' tranquille, ricercando suoni piu' particolari e melodie piu' ricercate: il problema e' che un cambiamento di rotta cosi' drastico potrebbe compromettere l'affezione dei fan piu' sfegatati, e questo, nel (Black) music market delle major discografiche puo' voler dire calo delle vendite e chiusura del rapporto con i Placebo.


Conviene farlo, quindi?

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