Italia2 + Giappone1 = Blonde Redhead


La leggenda vuole che dall'incontro di due italiani (fratelli gemelli, ma non di quelli che si attaccano ai polsini delle camicie: esilarante battuta accolta dai miei cari lettori con fragorosi applausi e standing ovation!), Simone e Amedeo Pace, e di una giapponese, Kazu Makino, in un ristorante di New York sia sorto il gruppo Blonde Redhead nel 1993. Ora non state a chiedermi che cosa hanno ordinato in quel ristorante, di che cosa hanno parlato, come erano vestiti (tutti elementi che nelle leggende musicali vengono considerati attentamente dai piu' accaniti fans) perche' non ne ho proprio la minima idea. Non so neanche che ci facevano a New York: forse studiavano, o forse erano li' per cercare fortuna magari proprio nel campo musicale. E sicuramente New York (come d'altronde Londra) offre molte piu' possibilita', almeno statisticamente, di riuscire a concludere qualcosa di significativo con la musica. Addirittura anche se componi musica in inglese e non sei ne' americano ne' anglosassone: i Blonde Redhead sono appunto un esempio di cio'.


Uno potrebbe aspettarsi da questo inusuale connubio una musica ispirata magari alle culture di due popoli cosi' diversi, quello italiano e quello giapponese, invece ne vien fuori uno stile metropolitano ispirato ad un misto di Sonic Youth e Smashing Pumpkins. Il loro ultimo album Melody of certain damaged lemons si proietta verso ambienti piu' tranquilli rispetto ai precedenti dischi di questo trio: viene dato maggiore spazio alla melodia sacrificando a volte le trovate ritmiche e sonore (o, meglio, rumoristiche: leggi appunto Sonic Youth) dei precedenti. Non che si tratti di un disco scontato, anzi, pero' sembra che i tre ragazzi abbiano voluto un po' allontanarsi dal classico noise (che dopo un po' comincia sinceramente a pesare sulle nostre incolpevoli orecchie) e ricercare una qualita' del suono piu' definita, meno casuale rispetto ai loro lavori passati.


Il disco si apre con un inizio solo musicale, Equally damaged, di ispirazione classica fondato su fiati sintetizzati (che simulano il cinguettio di un uccello) mixati con il pezzo seguente In particular scandito ritmicamente da un battito di mani e da una nota glissata di chitarra, con la voce acuta di Kazu, caratterizzata da un mezzo falsetto molto piacevole. Melody of certain three cede alle chitarre piu' pesanti e alla voce piu' tirata e sofferta di Amedeo che meglio si adatta a questo tipo di sonorita'. Si ritorna alle atmosfere piu' soffuse con Hated because of great qualities, una ballata la cui strofa vede solo la voce di Kazu supportata da un ritmo blando di batteria e da una nota bassa di chitarra che si apre nel ritornello ad un bell'arpeggio; molto bella la melodia del pezzo. Loved despite of great faults e' un'altra bella ballata (con voce maschile, questa volta) con crescendo arricchito di suoni in sottofondo e finale con chitarre acustiche sugli accordi del ritornello.
Intermezzo da musica contemporanea in Ballad of lemons che si basa su suoni svariati sintetizzati ed una cacofonica melodia ottenuta da una tastiera. This is not si apre con sonorita' elettroniche anni Ottanta ed e' probabilmente il pezzo piu' vivace e sopra le righe dell'album. In A cure si alternano voce maschile (nella strofa) e femminile (nel ritornello), mentre delicate note di pianoforte sotto l'altrettanto delicata voce di Kazu introducono For the damaged, nella quale si aggiunge poi un dolce arpeggio di chitarra acustica. Disperata la voce della cantante in Mother, pezzo senza melodia con chitarre dure e batteria lancinante (ma perche' tutte le canzoni intitolate Mother hanno qualcosa di strano? Vi ricordate quella dei Police?). For the damaged coda e' la traccia nascosta del disco, quasi una ripresa di A cure (pianoforte e gorgheggi di Kazu), un finale che ho gradito molto.


"Ma allora ci vuoi dire che pensi di questi Blonde Redhead?" mi starete certamente chiedendo. E' un disco che consiglio di ascoltare prima di comprarlo a scatola chiusa: gia' dai campioni di ascolto vi potrete fare un'idea dell'atmosfera che regna in questo disco, a volte un po' cupa e dark accompagnata da testi a tratti angoscianti, molti dei quali girano attorno al concetto di "damaged" (guasto), concetto che, associato ad un essere umano, non esprime certamente un valore positivo o una visione ottimistica della vita. A me l'atmosfera del disco ha dato l'idea del rapporto di questi tre giovani con la metropoli (New York), un po' come accadeva nell'ultimo lavoro di PJ Harvey (cfr. Frittomisto n. 6), rapporto vissuto in modo intimistico e raramente felice (anche se con PJ Harvey si intravedeva il barlume della speranza). Spero tanto di poterli vedere dal vivo (quando sono passati da Milano ai Magazzini Generali lo scorso novembre purtroppo li ho persi) perche' credo che in tale contesto la loro musica possa avere un ottimo effetto suggestivo: male che vada, se qualcuno capita di passaggio a New York, puo' andare ad ascoltarli in qualche club fumoso pieno di gente "damaged" con cui condividere "the experience".

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