Le profonde tasche di Eta Beta

---------------------

Avete visto il film Alta Fedelta' tratto dall'omonimo libro di Nick Hornby? Quello che parla della vita (soprattutto sentimentale) di un ragazzo che sbarca il lunario con il suo negozio di dischi alternativi a Londra, professione non tanto redditizia, ma svolta con passione. Ad un certo punto del film il protagonista, rivolgendosi ad uno dei commessi dopo aver notato il tipo di clientela presente in quel momento nel negozio, gli dice: "Ora ti mostro come riesco a vendere almeno tre copie del disco dei Beta Band!". Mette il CD nel lettore e piu' di qualcuno dei clienti comincia ad ascoltare compiaciuto il pezzo battendo il ritmo con il piede (si tratta del brano Dry the rain tratto dalla raccolta The three EP's) e chiede poco dopo da chi e' suonato, finendo per acquistare il disco.


Ho scoperto i Beta Band da poco piu' di un mese: ne avevo sentito parlare quando l'anno scorso erano venuti in concerto a Milano ai Magazzini Generali e non ero andato a vederli per chissa' quale futile motivo (in occasione dell'uscita del prossimo album sicuramente ritorneranno in Italia ma, poiche' saranno diventati un po' piu' famosi, il biglietto costera' il doppio, proprio come e' avvenuto per Moby: l'anno scorso 20.000 lire, quest'anno gia' 40.000!!!). Poi, un paio di mesi fa, il buon Andrea, pseudo-direttore del nostro ormai famoso Frittomisto (e vai con l'autocelebrazione!), dopo aver scambiato qualche parere su Belle and Sebastian e sui Grandaddy, mi ha chiesto: quando parlerai dei Beta Band? Ed io non potevo certo far aspettare piu' di tanto il nostro beneamato direttore, cosi' sono andato a comprare l'ultimo disco del gruppo scozzese (risalente al 1999 e intitolato The Beta Band), al buio: "male che vada, me lo rivendo" ho pensato. E' un ragionamento che faccio spesso ma finora non ho mai rivenduto niente nonostante sia incappato talvolta in oneste ciofeke di dischi.


I primi tre giorni in cui ho avuto il disco credo di averlo ascoltato almeno dieci volte: ogni volta che lo riascoltavo scoprivo delle cose diverse, come se ogni volta riuscissi ad andare piu' in profondita' e a coglierne aspetti nuovi. Non si tratta, infatti, di un disco facile perche' e' davvero pieno di sorprese, campionamenti, suoni strani, melodie non troppo easy e a volte ripetitive, passaggi da uno stile musicale ad un altro con grande facilita', momenti psichedelici che ricordano addirittura i Pink Floyd di Ummagumma o i Breathless della meta' degli anni Ottanta.


Posso dire con sicurezza che il primo pezzo dell'album The Beta Band Rap e' abbastanza rappresentativo del modo di far musica del quartetto scozzese: inizio preso a prestito da una ballata utilizzata per una cartolina d'auguri con un allegro coro simil-country su cui si innesta dopo circa un minuto il vero rap in perfetto stile Beck. So che vi ho tolto la sorpresa, pero' devo confessarvi che il passaggio dalla canzoncina augurale al rap mi ha fatto venire i brividi (e continua a farmeli venire ogni volta che l'ascolto)! Ma non e' finita: dopo un po' di rap si innesta un rock'n roll che continua fino alla fine del pezzo. Eccezionale!


Pezzo loop (ripetitivo, ma non noioso) e' invece It's not too beautiful, dove una chitarra suonata probabilmente su una sola corda piu' qualche bel suono sintetizzato fa da base alla melodia per quasi tutto il pezzo, nel bel mezzo del quale potete ascoltare campionamenti classici che a me ricordano Stravinsky, ma potrei benissimo sbagliarmi perche' non sono affatto un intenditore di musica classica. Bello anche Simple Boy, terza traccia del disco scandita da una nota di basso a volte casuale.


Atmosfera acustica in Round the Bend, della quale vi invito ad ascoltare in cuffia soprattutto i suoni che si sentono in sottofondo perche' sono frutto di un accurato lavoro di ricerca e di una fantasia al di fuori del comune. Dance o'er the border e' un brano basato su delle trovate ritmiche ottenute con svariate percussioni e assecondate anche dalla voce impegnata in uno strano rap; nello stesso pezzo si innestano vari campioni musicali e scratch (perche' anche i Beta Band, come Beck, vanno in giro con il DJ, che e' parte integrante del gruppo, anzi: membro fondatore).


I Beta ritornano in un contesto acustico stile West Coast con puntate anni Sessanta in Broken up a Ding Dong che sul finale vira verso la psichedelia piu' impegnata con sole percussioni. A meta' tra dub e trip-hop e' Number 15, un pezzo con una bella atmosfera che dura quasi sette minuti. Trionfo della batteria elettronica in Smiling, pezzo cantilenato che potrebbe ricordare I Zimbra dei Talking Heads di Fear of Music e con un ritmo coinvolgente che non vi consente di stare fermi (ecco spiegato l'atteggiamento degli avventori del negozio di Alta fedelta'!). The hard one e' una vera e propria suite, visti i numerosi cambiamenti che potete ascoltare durante il brano e che non e' facile descrivervi a parole: purtroppo, in questo caso, anche un campione di ascolto (comunque non disponibile in mp2 su CdNow) non sarebbe sufficiente a darvi un'idea delle variazioni in gioco. The Cow's wrong chiude l'album: all'inizio mi sembra di ascoltare i Pink Floyd di Meddle, ma presto assume l'identita' propria dei Beta Band, con l'ormai usuale ricchezza di trovate sonore.


Se qualcuno si e' dimenticato di farvi il regalo per la Befana, chiedetegli di regalarvi questo disco perche' ne vale proprio la pena: di quelli da me recensiti fino ad oggi e' probabilmente il piu' "alternativo", nel senso che e' difficile ascoltarlo nei normali circuiti sonori commerciali in quanto si presume che possa annoiare (The hard one dura dieci minuti!!!): invece vi posso assicurare che e' un album che lascera' il segno.

Back