Strane
Storie: osservazioni in merito ad un delitto
Oggi,
mercoledi' 7 sara' formulata la sentenza della Corte d'Assise
d'Appello per l'omicidio di Marta Russo. Imputati Giovanni Scattone
e Salvatore Ferraro, gia'condannati in primo grado a sette anni
per omicidio colposo (Scattone) e a quattro anni per favoreggiamento
(Ferraro). Questo caso, le modalita'con le quali sono state
condotte le indagini e il successivo processo di primo grado,
assomiglia a certi processi alle streghe durante i quali non
era compito dell'accusa cercare le prove della colpevolezza
della malcapitata ma soltanto estorcerne la confessione. Non
si doveva cercare la verita', il verdetto era gia' stato scritto.
A queste modalita' d'indagine fa da complemento la copertura
mediatica: i giornali descrivono gli imputati come colpevoli
non in base alle prove ma in base a un profilo "etico
e psicologico". Essi, cosi', finiscono per assomigliare
al crimine prima di averlo commesso. La riflessione intende
essere un'analisi il piu' possibile chiara sui meccanismi che
rendono questa storia e questo processo una micro-storia socialmente
condizionata. Prima di procedere occorre conoscere di piu' i
fatti.
1.
Prologo
Il
giorno 9 maggio 1997 all'Universita' La Sapienza di Roma, attorno
alle ore 11.40 del mattino, la studentessa Marta Russo e' ferita
alla testa da un colpo di pistola. Morira' quattro giorni dopo.
La vittima stava passeggiando per i viali dell'universita' in
compagnia di una sua collega ed amica. Grande sconcerto e dramma
per il fatto, ripreso ed amplificato dai mass media. Sotto torchio
l'intero sistema universitario che sembra contenere gli elementi
patogeni che hanno, quasi naturalmente, armato la mano dell'assassino.
Si registra un clima di omerta' e di copertura. Un professore
di diritto (il prof. Romano) sara' arrestato con l'accusa di
favorire il silenzio di alcuni possibili testimoni. In un primo
momento le indagini, guidate dai due procuratori Lasperanza
e Ormnanni (ricordate bene questi due nomi), portano all'arresto
di alcune persone del personale delle pulizie. Dalle intercettazione
telefoniche ci (si) scoprira' che la polizia era certa della
colpevolezza degli arrestati e ricorrera' a pestaggi per "favorire"
una confessione. Successive perizie balistiche indurranno a
credere che il proiettile sia stato sparato da un aula, l'aula
6 di filosofia del diritto e, attraverso dubbie perizie telefoniche
si arrivera' a sapere che all'ora del delitto (circa le 11 e
quaranta del mattino) in quell'aula la dottoranda Maria Chiara
Lipari stava facendo alcune telefonate. Attraverso continui
interrogatori (sui quali torneremo piu' avanti) la Lipari neghera'
con forza di aver visto qualcosa, poi dapprima emergera' il
nome della segretaria di dipartimento Gabriella Alletto, come
probabile testimone dell'accaduto e, attraverso dei "ricordi
subliminali", la Lipari fara' i nomi di Ferraro e Scattone.
L'Alletto neghera' continuamente e con insistenza qualsiasi
coinvolgimento e, soprattutto, neghera' di aver visto qualcosa
per ben quattordici volte. Poi, quasi miracolosamente, convertitasi
sulla via di Damasco, accusera' i due dottorandi Giovanni Scattone
e Salvatore Ferraro di essere i responsabili dell'omicidio.
E qui incomincia la storia che andiamo ad analizzare.
I
due dottorandi saranno arrestati con l'accusa di omicidio. Il
movente sarebbe stato il tentativo di realizzare il "delitto
perfetto" e quindi la morte di Marta Russo sarebbe casuale
(poteva capitare a chiunque fosse passato a quell'ora in quel
posto). La dinamica ricostruita dall'accusa sostenne che Scattone
sparo' il colpo sporgendosi sul davanzale della finestra dell'aula
6, rimise la pistola nella borsa di Ferraro, il quale pochi
istanti prima si era portato le mani sui capelli (come a dire:
"ma che cosa e' successo?"). Il fatto fu visto dall'usciere
Liparota (complice del delitto) e, accidentalmente, dalla segretaria
del dipartimento Gabriella Alletto, la quale neghera' di aver
visto qualcosa per paura di ritorsioni da parte dei due assassini.
Il
processo si terra' un anno dopo e portera', come detto, alla
condanna degli imputati. Sta per concludersi anche il successivo
processo di secondo grado la cui sentenza e' attesa per domani.
Questo
caso richiede l'utilizzo di un "paradigma indiziario"(Ginsburg) per poter mettere in
luce quei piccoli fatti, quei dettagli che non tornano, che
rendono questa storia inquietante. Ma allo stesso tempo entrano
in gioco dinamiche di carattere macro, come i condizionamenti
della sfera pubblica, che costituiscono il contesto all'interno
del quale questo "gioco" si realizza. Non so come
andra' a finire, ma questa storia evidenzia un pezzo di societa'
e di meccanismi che la fanno funzionare, non sempre positivi.
E che non mi piacciono.
2.
I Fatti, le prove e le contraddizioni
Le
prove dell'accusa
La
segretaria del dipartimento di Filosofia del diritto, Gabriella
Alletto sostiene che il 9 maggio all'ora dell'omicidio, vide
Scattone vicino la finestra con una pistola in mano; senti'
un colpo simile a quello di una pistola; vide poi Scattone mettere
la pistola nella borsa di un attonito Ferraro;
i
due dottorandi tempo prima avevano tenuto una lezione sul delitto
perfetto, all'interno della quale, i due teorizzavano la possibilita'
di commettere un omicidio senza essere presi in condizioni di
assenza di movente e di ritrovamento dell'arma del delitto;
la
madre di un altro testimone del delitto, il bibliotecario Francesco
Liparota, afferma che il figlio le confido' particolari della
colpevolezza dei due dottorandi;
la
dottoranda Maria Chiara Lipari sostiene di aver visto i due
imputati il giorno del delitto all'ora del delitto nell'aula
dalla quale sarebbe partito il colpo (aula 6);
un'altra
teste, la studentessa Giuliana Olzai, sostiene di aver visto
uno dei due accusati (o tutti e due) uscire concitatamente dalla
facolta' poco dopo il delitto;
una
particella binaria composta da bario ed antinomio ritrovata
sul davanzale dell'aula 6 corrisponderebbe alla particella trovata
sulla testa di Marta Russo e nella borsa di Ferraro
le
perizie di parte sostengono che la finestra dell'aula 6 e' compatibile
con la direzione possibile della pallottola che uccise Marta
Russo;
i
due imputati non hanno alibi credibili.
Le
prove della difesa
La
Alletto per 34 giorni ha sostenuto di non sapere niente poi,
sotto minaccia (come documentato in un famoso video) cambia
versione;
da
un'intercettazione telefonica, acquisita agli atti, si rileva
che la Alletto parlando al telefono con il cognato poliziotto,
sosteneva di non sapere nulla del delitto e di essere stata
tirata dentro. Il poliziotto le suggeriva di prendere posizione;
questa
circostanza di non conoscenza dei fatti la Alletto l'ha confermata
in un colloquio privato con un'amica;
il
movente non e' un movente: se i due volevano commettere il delitto
perfetto, perché commisero tanti errori, come ad esempio
sparare senza controllare la porta d'ingresso dell'aula sei,
senza accertarsi che nessuno entrasse dalla porta? Come puo'
essere questo un delitto perfetto? Inoltre la lezione nella
quale si fece riferimento al delitto perfetto fu tenuta dal
prof. Calcaterra e non dai due imputati;
Maria
Chiara Lipari ha negato per alcune decine di volte quello che
poi affermera' e che diverra' prova d'accusa. Dira' che i magistrati
"hanno aiutato a ricordare" cio' che per lei erano
ricordi subliminali. Ma se non si ricorda un fatto non c'e'
nessuna possibilita' di farlo affiorare. Il rischio, come spiegano
gli esperti e' di scambiare il verosimile con il vero. In altre
parole i magistrati le hanno inculcato il ricordo, tra l'altro
con varie minacce personali e alla famiglia;
Giuliana
Olzai dice di averli incontrati ma sostiene che erano vestiti
in modo diverso da quello confermato dagli altri testi. Poi
dopo aver parlato con i magistrati (il gatto e la volpe Lasperanza
e Ormanni) modifica la deposizione avvicinandola alla realta'
fisica e estetica degli imputati;
la
particella trovata, sostiene la difesa, puo' essere stata portata
dal vento o dal altri agenti atmosferici (dopo il delitto per
15 giorni la sala non e' stata sigillata); inoltre in caso di
esplosione, la pioggia di polvere doveva essere di tipo ternario
e non binario, con piombo, antimonio e bario. Il chimico Claudio
Gentile, richiamandosi alla vasta letteratura sull'argomento,
spiega che e' ormai consuetudine indicare come elementi di polvere
da sparo soltanto tre particelle: bario, antimonio e piombo.
La sua tesi e' supportata da una circolare del Ministero degli
Interni nella quale si registra l'aggiornamento. Inoltre l'esperto
mostra una serie di casi in cui e' stata trovata la particella
binaria (bario ed antimonio) dove non si e' sparato, particella
portata dall'inquinamento atmosferico;
le
perquisizioni della borsa di Ferraro e dei vestiti di Scattone
sono state eseguite senza utilizzare i guanti; inoltre nel caso
vi fosse stata riposta l'arma del delitto (come afferma l'Alletto)
si sarebbero dovute trovare molte piu' particelle;
la
compatibilita' della direzione della pallottola riguarda almeno
quattro finestre in tutto. Tutto dipende dalla posizione della
testa e dalla sua curvatura-inclinazione che nessuno puo' affermare,
nemmeno l'amica con la quale passeggiava la vittima. Le perizie
del processo d'appello hanno reso ancor piu' dubbia la provenienza
del proiettile;
il
perito balistico Antonio Ugolini ha affermato che per sparare
dall'aula sei e colpire Marta Russo era necessario sporgersi
con tutto il busto fuori dalla finestra; (filmato di Mixer)
e questo avrebbe reso visibile Scattone agli studenti seduti
sulla scala di fronte.
Non
c'e' spazio per riportare tutti gli elementi del dibattimento,
sia dell'accusa che della difesa. Il processo d'appello, tuttora
in corso, ha reso ulteriormente dubbie alcune conclusioni del
primo processo, in particolare quelle relative al luogo dal
quale si sarebbe sparato. Le perizie confutano la sicurezza
dell'accusa e riaprono le incertezze e i dubbi. Come andra'
a (ri)finire lo sapremo tra poco, ma emergono due aspetti che
vedremo la settimana prossima e che anticipiamo: 1) la costruzione
del colpevole come nei processi alle streghe: prima si emette
la sentenza e poi la si giustifica e la 2) costruzione del doppione
psicologico-etico del delitto nel quale il colpevole assomiglia
al crimine prima di averlo commesso.