Líapertura

Crono-inchiesta sullíapertura alla trota del 24 febbraio 2002

 Sabato 23 febbraio, ore 17,30: al negozio di pesca sportiva

Siamo tutti qui per completare i preparativi per la giornata di domani. Per molti di noi líapertura inizierý prestissimo, per altri non vi sarý alcun sonno ristoratore. Partiranno la sera stessa per accamparsi sul greto dei fiumi con gli amici e lií aspettare líalba accaparrandosi i posti migliori. Per tutti eí un rito pagano a cui mancare solo se costretti a letto da febbri malariche o colera.

Il proprietario del negozio sbriga i clienti con la celeritaí suggerita dal suo soprannome: ìil bradipoî. Anche lui attende il giorno dellíapertura con ansia, ma per ragioni diverse da quelle dei suoi clienti.

Inutile chiedere sconti sulla merce, ìil bradipoî non pratica questíuso a nessuno, neppure ai clienti piuí affezionati. Si vanta di avere i prezzi migliori della cittaí, ed eí vero, e non ammette sconti di sorta. Qui lo sanno tutti e nessuno si azzarda ad avanzare la proposta.

Per quanto riguarda me, giunto il mio turno, spendo una ìsomma sfacciata di danaroî(come Gere in Pretty Woman) e torno contento a casa, ma col portafoglio vuoto.

 Ore 19,30: ultimi accordi con il mio compagno di pesca.

Il mio Cicerone eí un veterano della pesca in torrente. Mi assicura che trote ne vedremo ben poche, ma i posti in cui mi porteraí sono di assoluto primíordine. Mi fido di lui, non potrei fare altrimenti e mi raccomando al suo buon senso. Líappuntamento per líindomani eí alle 4,45 (antimeridiane!).

 Ore 1,45: torno a casa dopo un sabato sera anonimo.

Mi metto a letto deciso a farmi un paio díore buone di sonno. Ovviamente, non ci riesco. Líattesa si fa sempre piuí ansiosa mano a mano che le lancette dellíorologio si avvicinano alle 4. Alle 3,45 rompo gli indugi e decido di alzarmi per prepararmi un caffeí. Mi lavo e mi vesto. Sono in un anticipo sconcertante. Passeggio nervosamente in punta di piedi in cucina. Il resto della casa dorme e non voglio svegliare nessuno, meno che mai mia madre che mi sommergerebbe di raccomandazioni.

 Ore 4,45: si parte in perfetto orario.

Il viaggio eí tranquillo, la strada sgombra consente una buona andatura. In alcuni punti si formano capannelli di gente lungo le piazzole di sosta, sono altri pescatori che si sono dati appuntamento in quel luogo. Mi sento bene, direi benissimo; desidero trascorrere una giornata memorabile e temo che questo mio umano desiderio sia turbato da qualche evento inatteso. Eí sempre cosií quando ci si sente troppo in gamba.

 Ore 5,45: arriviamo a destinazione.

Siamo parcheggiati lungo la strada che conduce da Isernia a Roccaraso. La nostra meta eí un torrente di montagna: il Volturnino. Il mio compagno mi assicura che eí bellissimo, ma per il momento non posso vedere questa bellezza percheí la notte non ha ceduto il posto al giorno. Mi accorgo che non ho portato con me la torcia elettrica, una grave dimenticanza. Ci toccheraí scendere al buio lungo un sentiero scosceso che tutti e due non conosciamo. La cosa, lo scopriroí dopo, ha del pericoloso. Lungo la montagna scorrono alcuni canali che trasportano acqua in grande quantitaí. Quando questi attraversano la strada sono interrati in condotte di cemento, ma al di sotto di essa, cioeí dove siamo noi, líacqua scorre liberamente trascinando a valle ogni cosa. Al buio evitare di cadere nei canali eí cosa pressoccheí impossibile se si tenta di attraversarli. Sconsideratamente noi li abbiamo ignorati e siamo passati indenni per quelle ripide lanche.

Sia come sia, arriviamo sul greto del torrente, convinti a torto, ma anche questo lo scopriremo piuí tardi, di essere i primi che si avventurano lungo il corso díacqua quella mattina.

 Ore 6,00: líalba.

Come posso descrivere líalba che abbiamo avuto il privilegio di vedere quella mattina? Il cielo da livido che era, ai primi bagliori del sole si sciolto in un arancio antico restituendo forme e colore alle cose circostanti. Anche líacqua che fino ad allora avevamo solo sentito, si eí mostrata ai nostri piedi chiara e gelida, fumante di vapori, mentre si rompeva contro le rocce levigate del torrente. Eí stato un momento díirripetibile bellezza, la poesia che esalta i luoghi e le passioni mi eí parsa rare volte cosií concreta, reale. Mi sembrava di poter toccare una rima, di sentire un endecasillabo sfiorarmi una guancia, un canto bucolico accarezzarmi il corpo e líanima. Ero madido di sudore per la fatica fatta nello scendere, ma il freddo e líumiditaí di quellíaria non sono riusciti a penetrare il mio buonumore. Ero impermeabile al disagio, che pure cíeí quando ti trovi in un ambiente ostile e selvatico come quello in cui mi trovavo.

 Ore 6,15: si inizia a pescare.

Il mio ìmaestroî eí davanti a me di una decina di passi. Lancia con metodo il cucchiaino in ogni buca o correntino del torrente, lo recupera veloce e rilancia. Tutto questo mentre si sta immersi nel torrente fino al ginocchio. La pressione dellíacqua la senti sui piedi e sulle cosce strette dallo stivale di gomma. Fa una sensazione strana stare immerso in acqua díinverno. Mi muovo cauto come non mi eí mai capitato altre volte, ho paura di cadere e questa paura mi impedisce di essere disinvolto come vorrei. Il mio compagno eí molto piuí sicuro di me e si vede da come tiene in mano la canna. Non ha paura di cadere in acqua tranne che in alcuni passaggi difficili in cui usa le braccia per tenersi a qualche sperone di roccia. La forza dellíacqua eí impressionante e mette a dura prova il mio equilibrio. Ogni tanto lancio il cucchiaino in zone giaí sondate da chi mi precede, ma senza risultato. Mi tengo vicino ai grossi massi che emergono dal ruscello, spero in questo modo di trovare un appiglio nel caso di una maldestra caduta. Dopo un poí prendo confidenza col fondo gibboso del ruscello e mi allontano dai massi. Mi sento benissimo e respiro a pieni polmoni líaria della montagna.

 Ore 7,20: su per il torrente.

Ci siamo inerpicati su per il corso díacqua. Sembriamo delle capreÖ acquatiche. Il mio Cicerone mi spiega che líacqua eí molto calata rispetto allo scorso anno. Non sa a cosa questo possa essere dovuto. I mali dei fiumi sono molti, ma eí triste che questi mali siano visibili anche in torrenti che si trovano a 6 o 700 metri díaltitudine. Nessuna trota ha ancora attaccato il nostro artificiale. Temiamo che qualcuno abbia potuto precederci e che abbia fatto razzia di pesci. Purtroppo di lií a poco avremo conferma almeno a parte dei nostri timori. In effetti alcuni pescatori si erano frapposti a noi alcuni metri prima del punto in cui siamo discesi al fiume. Bestemmiamo piano e ci scambiamo un sorriso sarcastico.

 Ore 8,15: contatto con altri pescatori.

Dicevo che solo parte dei nostri timori si erano realizzati; infatti, se eí vero che i pescatori ci hanno bruciato sul tempo, non eí vero che abbiano fatto razzia di trote. ìEí colpa dellíacqua di neveî, mi dice uno di loro, ìse la temperatura dellíacqua non sale le trote continueranno a restare intanate e la pesca andraí a farsi benedireî. Restiamo un poí con i ìcolleghiî a discutere del piuí e del meno. Dopo un poí ci salutiamo e ci separiamo.

Il mio compagno ritiene che sia inutile continuare a pescare in queste condizioni. Secondo lui non ci riusciraí di prendere nessuna trota un poí per via dellíacqua, un poí a causa dei troppi pescatori. La decisione eí presa: si cambia!

 Ore 9,20: Capriate.

Dopo uníardua scalata ci ritroviamo sulla strada asfaltata. Siamo sudati, io piuí di tutti, e il respiro affannoso si manifesta in forma di bianca nuvoletta. Capriate eí uno dei posti piuí famosi per pescare la trota. Una vera e propria Mecca del pescatore. Difatti, dopo un viaggetto di una ventina di minuti, conquistiamo un posto tra le decine di appassionati che si affollano sullíargine e sul greto ghiaioso del fiume Volturno. Giusto in tempo per assistere ad un piccolo dramma: un pescatore un poí piuí inesperto degli altri si eí infilzato con líancoretta del cucchiaino nel tentativo di lanciare lungo e in piena corrente. Il cucchiaino gli pende dal mento con un sinistro tintinnio, il pescatore con il viso paonazzo tenta di nascondersi agli sguardi di quanti lo hanno scorto. Al tempo stesso prova ad estrarre líancoretta dalle carniÖ

 Ore 10,45: ritorno a casa.

Sono trascorse alcune ore dal momento della partenza, siamo stanchi e affaticati. Non abbiamo preso nulla. Eppure uníebbrezza indefinibile ci rende felici. Le parole scorrono lente, ma tranquille. Discorriamo di tutto e di niente come al solito, ogni tanto ridiamo. Davanti ad un fumante caffeí ripercorriamo le tappe della nostra ìspedizioneî. Mi sento bene, in pace.

Testo e disegni di Armando