Dei
delitti e della violenza
Ci sono argomenti dei quali si preferisce non vedere, non sapere, non
ascoltare. Si vorrebbe essere, soltanto per un po', ciechi e sordi.
Ci si comporta come quel personaggio inventato dalla grande poetessa
e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, Miranda, che essendo miope,
preferiva non mettere gli occhiali. In questo modo aveva del mondo una
percezione sfumata, senza contorni netti. E poteva cosi' non vedere
le cose brutte.
Ma il tema di cui parliamo e' troppo importante, diffuso e vicino per
essere miopi. E dunque ci metteremo gli occhiali per questo viaggio
nei "fattacci" e nei delitti che vedremo.
Questi scritti non intendono placare l'orrore ma renderlo evidente e
fornire qualche argomentazione e spunto di riflessione.
Quando si ascoltano queste storie, in genere si fa una smorfia a meta'
tra lo sdegno e l'orrore; oppure si dimostra una morbosa curiosita'.
Ci muoveremo tra questi due poli evitando di farci intrappolare dall'uno
e dall'altro.
Per chi e' debole di stomaco o pensa ad una vita ad una dimensione e'
meglio non leggere.
***
La violenza non e' riducibile alla parte oscura e bestiale dell'uomo
ma e' un tratto costitutivo dell'umano. E' lo specchio di Stevenson
nel quale si riflette Henry Jeckyll che vede Mr. Hide.
E viceversa.
L'uomo, in quanto essere intelligente in grado di immaginazione e di
pensiero razionale, e' capace di realizzare i peggiori delitti e crimini.
Infatti questi richiedono creativita', immaginazione e poi pensiero
razionale per essere realizzati. In questo l'uomo e' in grado di comportarsi
peggio di qualsiasi bestia.
Questo e' cio' che accadde a Roma, giovedi' 8 febbraio 1988.
Ripeto: chi e' debole di stomaco non legga il seguito.
I protagonisti della nostra terribile storia sono Giancarlo Ricci, un
ex pugile e Pietro De Negri, detto "er canaro", gestore di
un negozio di toilette per cani.
Usero' il presente per fatti passati.
Giancarlo Ricci ha 31 anni. Un passato da pugile e un presente da bullo
di quartiere in carriera. Alla Magliana, il quartiere di Roma dove viveva,
era considerato un piccolo boss. Temuto e rispettato. Sottoponeva ad
angherie chiunque gli capitasse a tiro. E, nel tempo, una vittima preferita
era diventata il suo ex-amico Pietro De Negri, "er canaro"
per la sua attivita' cinofila. Un uomo piccolo, mite, amante degli animali,
affettuoso in famiglia e tenero con la figlia piccola; con un solo difetto:
l'uso e lo spaccio di cocaina. In continuazione il Ricci irrompeva nel
locale del De Negri per procurarsi la cocaina e ne approfittava per
pestarlo, per offenderlo davanti ad altri, anche di fronte alla figlia.
Un giorno, Ricci feri' il suo cane preferito.
Successivamente lo aveva coinvolto in un improbabile furto che porto'
alla cattura del De Negri e alla sua reclusione per 10 mesi durante
i quali non fece mai il nome del complice Ricci. Una volta uscito, pretendendo
la sua parte ne ebbe in cambio pugni e risate umilianti. L'ira cresceva.
E cosi' la paura. Il tutto fino a quel giovedi'.
Ricci entra nel negozio di De Negri per commettere qualche altra angheria.
Ma "er canaro" questa volta ricorre all'astuzia laddove con
la forza non poteva sopraffare l'avversario. Inventa una storia: un
pusher sarebbe arrivato da li' a poco con molti soldi e molta coca e
avrebbero potuto facilmente derubarlo agendo assieme. E per far questo
convince De Negri a nascondersi in una gabbia da cani.
Cosi' e'.
Entrato Ricci a fatica, il De Negri fa scattare la trappola. Clic. Il
chiavistello della gabbia si chiude. Ricci capisce che e' in trappola.
Lancia improperi, minacce, scuota la gabbia e quasi sta per uscirne,
ma De Negri lo colpisce con un bastone sulla testa.
La musica nel locale e' ad alto volume.
Apre la gabbia e tira fuori il Ricci svenuto. Lo incatena come faceva
per quei cani non desiderosi del lavaggio. Poi prende i ferri del mestiere:
una forbice da tosatore, un martello, una tronchese. Gli stessi ferri
usati per abbellire i cani, sono adoperati per realizzare il suo progetto.
Dapprima gli stacca le dita: i pollici, gli indici. Poi li mette sul
bancone. Ricci riprende i sensi per il dolore. Per cauterizzare le ferite,
De Negri mette della benzina sulle dita mutilate e da' fuoco. Mentre
Ricci urla di dolore, impreca e minaccia, De Negri si accende una sigaretta
e sniffa coca.
La vittima continua a gridare. Troppo.
Occorre fare qualcosa. Soluzione trovata.
Appena Ricci perde le forze per il dolore, er canaro ne approfitta per
tagliagli la lingua.
Poi con la forbice gli recide le orecchie, le labbra, la punta del naso
e mette tutto sul tavolo. Esegue una breve danza. Decide di continuare.
Gli abbassa i pantaloni e gli taglia testicoli e sesso. Alla radice.
Ricci non puo' piu' urlare ma e' ancora vivo e si dimena. Il suo corpo
pero' inizia a tremare come scosso da corrente elettrica. Il dolore
elimina se stesso. Funge da anestetico.
De Negri, con un bastone, allarga quest'ultima ferita e per evitare
che muoia dissanguato, ancora una volta ricorre alla benzina tra le
gambe.
Poi, come se nulla fosse accaduto, si lava il sangue da dosso e va a
prendere la figlia a scuola. Affettuosamente la saluta e la riaccompagna
a casa. Torna a completare il lavoro. Oramai Ricci e quasi morto ma
respira ancora.
De Negri prende gli organi genitali staccati e glieli infila in bocca
fino al soffocamento. Ricci oramai e' morto ma ha gli occhi aperti.
De Negri non sostiene
lo sguardo. Con i pollici preme, preme fino a far scomparire gli occhi
dietro. Poi prende un dito mozzato e lo infila nell'ano e altre due
negli occhi sanguinanti.
Con un martello gli spacca il cranio e con il sapone per cani glielo
lava: "a quell'infame gli ho lavato il cervello con lo shampoo
per cani" confessera' ai carabinieri.
Sette ore. In tutto sette ore e' durata la tortura.
Prende il cadavere lo avvolge in sacchi neri, pulisce tutto scrupolosamente
e lo porta in campagna per bruciarlo. E cosi' sara' trovato.
Si arrivera' ad arrestarlo piuttosto facilmente e, dopo poco, confessera'
tutto.
Un uomo mite, dopo lunghe angherie e sopraffazioni si trasforma da vittima
in carnefice e, attraverso l'inganno, sovverte le leggi della forza
con quelle dell'astuzia. E il disegno violento ha il suo inizio.
In questo si evidenzia che l'orrore deriva non soltanto dall'ira, dall'improvvisazione
ma da piano ragionato.
Sul perche' della violenza non c'e' accordo. Si va da spiegazioni sociologiche
(e' la struttura sociale e si suoi processi a generare le precondizioni
per l'azione), psicologiche (lo stato mentale del soggetto agente e
i tratti della personalita'), biologiche (delinquenti si nasce) e psichiatriche
(legati a patologie mentali). Di fronte ad uno stesso delitto vi sono
molteplici spiegazioni, interpretazioni. Si ricostruiscono discorsi
plausibili, verosimili, ma non si determinano nessi causali vincolanti.
Talvolta, piu' che la genesi e le cause (criminogenesi) va compresa
la dinamica del delitto, il suo processo (la criminodinamica).
Cio' che ha fatto De Negri alla sua vittima costituisce l'esito del
ribaltamento dei ruoli: tutta la violenza accumulata nel tempo gli si
ritorce contro. L'obiettivo era di ridurre all'impotenza il proprio
carnefice, di distruggere pezzo per pezzo il suo corpo demolendo la
causa del suo male. Dunque non era sufficiente ucciderlo.
Ma nonostante tutto, resta un alone di mistero in tutto cio'.