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9 giugno 2002

 

Il culto di un mondo variabile

 

Sono preoccupato per quello che vedo e sento in giro: vedo un mondo sempre piu' dominato dalle logiche imprenditoriali ed in particolare dalle multinazionali e sento discorsi che tendono a giustificare l'annientamento dei diritti delle persone che "non hanno". Parole che possono sembrare retoriche, quelle appena pronunciate, ma pur sempre veritiere. Provate a dare un'occhiata veloce agli stati del nostro pianeta, fatevi un excursus mentale provando a raccogliere le informazioni (in genere poche) a nostra dipsosizione su quello che sta succedendo: oltre alle zone abitualmente calde dal punto di vista bellico e alla inossidabile situazione di fame del cosiddetto terzo mondo quella che colgo, nei Paesi apparentemente tranquilli, e' una situazione di precarieta' riferita a buona parte della popolazione, soprattutto quella giovane, quella che si appresta a diventare forza lavoro o lo e' da poco tempo.

Se chiedessimo ad un po' di questi ragazzi: "Che cosa vuoi fare da grande?", la maggior parte avrebbe difficolta' a rispondere, non perche' non si ha consapevolezza dei propri desideri, ma perche' a tale consapevolezza si tende ad anteporre quel pessimismo dovuto all'incertezza sul futuro lavorativo di tutto il genere umano.

In Italia, in particolare, il problema del lavoro ha preso una piega politica che fa perno sullo scontro tra governo e sindacati legato all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori: non voglio trattare il tema tecnico di questa contesa, ma solo prendere spunto da essa (perche' vicina a tutti noi) per analizzare quella che e' la volonta' generale delle imprese, non solo in Italia.

Il grosso problema delle imprese mondiali e' quello dei costi fissi, ossia di quei costi che non sono legati al volume di fatturato, quelli che dipendono cioe' da investimenti in cose e persone. Quando un'impresa nasce, pianifica prima di tutto quelle che sono le necessita' in termini di risorse fisiche (impianti, attrezzature, fabbricati) e umane (organico di cui disporre per poter svolgere l'attivita'): questi sono i costi che fino ad oggi sono stati classicamente considerati come fissi (o di struttura) in ambito economico-aziendale.

Se l'impresa, nella sua pianificazione, fa male i suoi calcoli oppure il mercato tira meno rispetto alle aspettative risulta difficile dismettere in poco tempo questi investimenti; per quelli "umani"in particolare (non mi e' mai piaciuto parlare delle persone come investimenti umani, pero' nella logica del discorso il termine credo sia calzante), una certa etica sociale e, per alcuni Paesi tra cui l'Italia, una certa legislazione, che protegge i diritti dei lavoratori dipendenti, non consente all'impresa di fare piazza pulita dei propri lavoratori con la mera giustificazione: "Ho sbagliato i miei calcoli" oppure: "Mi spiace, il mercato non tira, quindi, se pago voi, cari lavoratori, non ho la possibilita" di pagare il dividendo ai miei azionisti, i quali, se delusi, spostano il loro capitale su altre societa'".

Appare chiaro, quindi, che il fine dell'impresa e' ridurre al minimo l'incidenza dei costi fissi, avere cioe' la massima flessibilita': poter "acquistare" forza lavoro quando le cose vanno bene, poterla "abbandonare" (attenzione: non ho usato la parola "cedere") quando gli affari vanno male. In tal modo essa avrebbe la possibilita' di tarare i propri costi sulla base dell'andamento del fatturato e garantire sempre un dignitoso dividendo agli azionisti.

Allora, diciamolo, una volta per tutte: COSI' NON VA BENE! E non e' una buona giustificazione il fatto che in tutta Europa (e oramai in tutto il mondo) esiste la liberta' di licenziare per cui il nostro mercato del lavoro risulta essere ingessato e sfavorevole per le imprese multinazionali che vogliono venire ad investire in Italia. Vedremo dopo quali sono gli elementi che inducono un'impresa ad insediarsi in un Paese piuttosto che in un altro: e' un complesso di cose, non solo la rigidita' della legislazione sul lavoro.

Se questo culto della variabilita' e' un must al quale non possiamo sottrarci se non con certe forme di lotta che sfocierebbero in fortissimi conflitti sociali (che mi auguro vogliamo evitare), allora e' bene che tale culto venga professato ponendo certe garanzie a favore dei lavoratori: ed e' questo il punto su cui i sindacati, a mio parere dovrebbero concentrarsi, invece che chiudersi a riccio su certe posizioni conservatrici.

Analizziamo l'affermazione prima enunciata: poter "acquistare" forza lavoro quando le cose vanno bene, poterla "abbandonare" quando gli affari vanno male. Uno sforzo, da parte delle imprese, puo' essere fatto per convertire il "poter abbandonare" in "dover cedere". Mi spiego: se non vogliamo che il lavoratore dipendente venga lasciato a se stesso dopo il licenziamento, l'impresa dovrebbe, in collaborazione con il sindacato, per espressa disposizione legislativa, impegnarsi a trovare al lavoratore un posto di uguale dignita', su cui un ente statale dovrebbe infine esprimere il proprio parere, a mo' di arbitro della situazione. In sintesi: liberta' per l'impresa di licenziare senza giusta causa, ma con obbligo a trovare un'alternativa ugualmente dignitosa per il licenziato. Le imprese hanno i loro contatti, hanno le loro associazioni imprenditoriali che quindi potrebbero collaborare per questi spostamenti di lavoratori fra imprese e assurgere in tal modo anche a soggetto con un certo valore sociale.

Ritornando alla liberta' di licenziamento prevista nelle altre legislazioni europee, va sottolineato che in Germania e in Inghilterra, ad esempio, dove esiste questa possibilita' per le imprese, la ricerca del lavoro viene favorita da enti statali (gli equivalenti dei nostri "utilissimi" uffici di collocamento), che si impegnano in una concreta attivita' a supporto dei disoccupati e non assolvono un semplice compito burocratico-statistico, come in Italia.

Quanto ai motivi che inducono una multinazionale ad investire in un Paese piuttosto che in un altro i fattori sono, oltre alla legislazione del lavoro:

  • il carico fiscale sulle imprese;
  • il costo del lavoro;
  • la stabilita' politica del Paese;
  • la leggerezza delle norme sulla sicurezza e sull'ambiente;
  • la corruttibilita' degli esponenti politici.

Di questi temi, cosi' come dell'importanza di una cultura aziendale, della partecipazione agli utili d'impresa da parte dei dipendenti, dell'innovazione e della ricerca e sviluppo vi parlero' in seguito, sempre nell'ottica dell'impresa come soggetto sociale e non puramente economico della nostra realta'.

 

Fabio Nitti

 

 

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